«Vietato vietare»: mezzo secolo fa c’era il Sessantotto

Il Vietnam stordito e nauseato dal napalm. Praga schiacciata sotto i cingoli sovietici. Muore il sogno americano a colpi di fucile, un fucile a doppia canna puntato contro Luther King e Kennedy. A Parigi scoppia il Maggio francese. Morti e feriti giacciono in Piazza delle tre Culture a Città del Messico mentre a Valle Giulia i poliziotti romani caricano studenti armati di molotov e sanpietrini. Sono i giorni di Bob Dylan e Pasolini, sono i giorni dei cartelli nelle piazze e dei giovani in corteoÈ il Sessantotto.

Il Sessantotto

Un anno gravido di eventi e ricco di contraddizioni, il simbolo di un’età dibattuta: una data, una svolta, un punto di incontro e scontro tra mondi diversi. Il ’68 che a cinquantanni dopo risulta storicamente, politicamente e culturalmente difficile da metabolizzare: un tentativo rivoluzionario che ha fallito, trasformando l’Occidente.

Il ’68 rimane impresso nella memoria collettiva come lemblema della lotta contro ogni tipo di potere costituito. È lo scoppio dei nuovi movimenti sociali contemporanei, lontani e, da un certo lato, opposti a quelli di primo Novecento, organizzati, “di massa”. Il loro scopo non era dunque né sovvertire un particolare sistema economico, né rovesciare una determinata forma di governo, proponendone di altri, di migliori. Si trattò invece di una contestazione più ampia, culturale, antropologica, che per tale motivo riuscì a farsi collettiva e universale.

Fu un’esperienza nata in ambienti di “sinistra”, che si impose come prima fondamentale critica alla modernità, quella modernità incarnata dal mondo statunitense, paladino di un modello capitalistico imperante. Una sinistra che allo stesso tempo rifiutava di accucciarsi ai piedi dell’ingombrante tradizione del comunismo sovietico, aprendo una breccia nel pluridecennale bipolarismo mondiale e creando un immaginario originale, in cui l’ideale libertario prese ad occupare il posto d’onore. Era proprio questa voglia di libertà ad accomunare le differenti esperienze disseminate a livello mondiale. Libertà da qualsiasi principio di autorità, fosse esso ascrivibile allambito familiare, studentesco, lavorativo, di genere e così via. Un ideale che rappresentò una potente utopia per unintera generazione di giovani: una generazione nata e cresciuta quando gli orrori della guerra erano già storia, poco ben disposta ad accettare l’ordine politico ed economico risultato da quegli eventi e che sognava un mondo nuovo all’insegna della cultura e della felicità.

Il ’68 fu la sintesi di istanze diverse che si incrociarono in un preciso momento storico rispecchiandosi l’una nell’altra e riscoprendosi alleate nella lotta contro un nemico comune: loppressione. Un’oppressione dai mille volti che diede vita ad altrettanti differenti tipi di contestazione. Diverse scintille che innescarono focolai sparsi per le diverse nazioni, attecchendo sui terreni culturali più variegati. Focolai che parvero consumarsi in fretta, portando uno dei movimenti più grandi e importanti del secondo Novecento a spegnersi o, alla peggio, a contraddirsi.

Gli avvenimenti che si susseguirono dopo questa data fondamentale, il ricorso alla violenza che trasformò l’esperienza rivoluzionaria in lotta armata e il volto degenerato della contestazione sfociata nel terrorismo, giustificano le difficoltà di interpretazione di quella che è stata una “primavera” internazionale ricca di implicazioni. Una rottura che ha chiuso unera e che ha dato spazio a scenari inediti, alcuni sperati, altri inaspettati ed invano scongiurati.

Concludendo, risulta significativa un’intervista rilasciata da Fabrizio De André, in cui una delle voci più autorevoli del panorama musicale italiano, autodefinendosi un «coniglio individualista» dà una personale e lucida interpretazione di ciò che il Sessantotto ha significato per la sua esperienza di cantautore e di uomo:

Volevamo diminuire la distanza tra il potere e la società. Abbiamo ottenuto diverse vittorie [] Ma il 68 è stata una rivolta spontanea [] Il terrorismo è stata la vera esagerazione: il 68 che ho vissuto io era unepoca ricca di fantasia, e ha fatto del bene. Le BR no, se avessero vinto loro oggi staremmo peggio.

Deborah Gressani per MIfacciodiCultura

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