Le Fosse Ardeatine, tragedia grottesca che siamo destinati a dimenticare?

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Le Fosse Ardeatine, tragedia grottesca che siamo destinati a dimenticare?

Alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944, le truppe tedesche agli ordini di Herbert Kappler giustiziarono sommariamente, per rappresaglia, 335 persone tra civili e militari.

Quindi, se volessimo ricordare con nome e cognome tutte le vittime, come forse sarebbe giusto e sufficiente, ancorché inutile, non avremmo spazio per altre considerazioni per quanto sarebbe lungo l’elenco. Ciò può servire per dar idea della grandiosità di questo crimine, reso ancor più triste dal fatto che come razza siamo inclini a questa violenza gratuita e disumana ed a quantificarne poi la portata in termini numerici.

Le circostanze, ancorché storiche, non possono mai giustificare l’efferatezza, anche se possono spiegarla: il 14 agosto del 1943 Roma era stata dichiarata unilateralmente città aperta dalle autorità italiane. I tedeschi, di contro, non avevano ratificato mai la dichiarazione, approfittando invece della ritornata tranquillità (dopo le resistenze iniziali) per un regime di occupazione durissimo per la popolazione, pur risparmiando in effetti il patrimonio storico e architettonico della città. Di fatto, Roma era sotto il tallone dell’ufficiale SS Herbert Kappler, che si era reso protagonista di rastrellamenti di antifascisti anche sulla base di semplici sospetti, e della deportazione di 1.023 ebrei romani verso i lager, avvenuta il 16 ottobre ’43.

La Resistenza partigiana romana si era trovata perciò in forte difficoltà operativa, e per uscire da una sorta di impasse si decise per una azione dal forte valore simbolico, scegliendo come data per un attentato il 23 marzo, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento nel 1919.

Una bomba a miccia, collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con 18 kg di esplosivo misto a rottami di ferro: questo fu il catalizzatore dell’alto valore simbolico che, fatto esplodere in via Rasella, causò la morte immediata di 32 soldati tedeschi del battaglione Bozen, cui si aggiunsero altre 10 vittime per le ferite nei giorni successivi, e due civili italiani. Tra le varie canaglie assortite si parlò immediatamente di rappresaglia: il colonnello Kesserling, il generale Mälzer, il colonnello Beelitz. Adolf Hitler in persona diramò l’ordine di mettere in atto una reazione che «avrebbe fatto tremare il mondo». Terribile, noiosa, agghiacciante banalità del male, alla fine l’ottuso tedesco elaborò una variante della decimazione (concetto sempre applicato alle manifestazioni più odiose), decidendo di fucilare dieci italiani per ogni tedesco caduto nell’attentato (ma si era parlato anche della distruzione di tutto il quartiere e dell’uccisione di tutti gli abitanti).

Fosse ArdeatineFu a questo punto che la tragedia assunse anche i toni del grottesco: quando si dovette applicare un criterio decisionale equanime per rendere pratica e razionale una barbarie, i 335 martiri furono infatti scelti con un vero e proprio processo decisionale, che comprese in prima istanza la scelta di fucilare i Todeskandidaten, ossia i prigionieri detenuti a Roma già condannati a morte o all’ergastolo e quelli colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato ad una condanna a morte. Forse, uno degli aspetti più terrificanti di tutta la vicenda sta in quell’avverbio probabilmente””, nella noncuranza con cui viene trattata la possibilità di stroncare di là a poche ore la vita ad una persona, per un fatto che comunque non aveva commesso: buttiamo quella mozzarella, perché probabilmente non riusciremo a consumarla prima della data di scadenza.

Sulla scorta di un avverbio, scattò così la corsa alla determinazione dell’elenco di nomi, difficili da reperire entro le 24 ore stabilite per l’applicazione della rappresaglia: escluse le donne, inclusi gli ebrei, un primo elenco di 290 prigionieri divenne insufficiente quando altri soldati ebbero il cattivo gusto di morire in ospedale, aggravando il problema tedesco. Si aggiungano altri 10 “noti comunisti”, una quarantina di militari, un sacerdote, un professore: quando i tedeschi, nella persona soprattutto del capitano Erich Priebke, credettero di aver raggiunto il quorum, contando su un elenco di 50 persone che avrebbe dovuto essere fornito dal questore Caruso che invece non venne realizzato, ci fu una corsa frenetica alla ricerca dei fucilabili. Il 33esimo morto, deceduto tardivamente in ospedale, causò un innalzamento di altri dieci candidati alla fucilazione. All’atto pratico, la fucilazione di così tante persone non era neppure un atto semplice, anche perché a disposizione di Kappler vi erano 60 sottufficiali e un solo soldato semplice: tra una difficoltà tecnica e l’altra, che ovviamente comprendeva anche il trasporto delle vittime sul luogo dell’esecuzione, vennero raggiunte una serie di gallerie abbandonate in via Ardeatina, scelte come luogo della fucilazione perché fuori mano e nascoste alla vista.

L’ingresso nelle gallerie illuminate da torce, il controllo della corrispondenza tra elenco (…) e prigioniero, a cui veniva chiesto il nome; le vittime inginocchiate, alcuni che si ribellano e provano ad opporre resistenza; il colpo di pistola alla nuca, dall’alto in basso, per uccidere al primo colpo; un minuto a prigioniero, il tempo stabilito dal Comando tedesco per le operazioni; 67 turni di fucilazione; due soli soldati tedeschi che non riescono a sparare; la rappresaglia compiuta in “applicazione delle leggi di guerra”; cinque prigionieri in più dei 330 necessari che furono comunque uccisi “perché avevano visto tutto””; le gallerie minate e fatte saltare per coprire tutto, tutto il possibile.

Joseph Conrad ha detto: «Non è necessario trovare alcuna origine soprannaturale al Male, l’uomo da solo è capace di ogni nequizia».

Poi, sì: le reazioni, le condanne morali, la convenzione dell’Aia del 1907 e quella di Ginevra del 1929 tirate in ballo, le forze alleate che entrano nella capitale nel ’44, il processo a Kappler, condannato all’ergastolo e che muore per un cancro nel ’78, Priebke che passa tutta la vita tranquillamente in Argentina e viene processato appena nel 1995.

Attualmente alle Fosse Ardeatine c’è un bel monumento ove si tengono cerimonie in memoria dell’eccidio. Intanto,  sul web impazzano i movimenti neofascisti del tipo “Lui ha fatto anche cose buone”, in Germania sono dichiarati legali e illegali ad intermittenza i gruppi neonazisti perché non pericolosi,  l’incertezza divampa e il negazionismo impazza,

«Ricordare il passato può dare origine ad intuizioni pericolose,

e la società stabilita sembra temere i contenuti sovversivi della memoria».

Herbert Marcuse

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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