Come salvarsi la vita, tra lettere d’amore e verso illuminante: elogio implicito da Whitman a Pessoa

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Come salvarsi la vita, tra lettere d'amore e verso illuminante: elogio implicito da Whitman a PessoaContinuare a mentirsi l’un l’altro, nonostante tutti sappiano la verità. È triste, è patetico, in altre parole, è umano. Perché ci accomuna tutti: continuare a mentirci fa parte di un tacito accordo che abbiamo firmato tanto tempo fa. Non contano i nostri sforzi per provare che non è così, che siamo persone oneste, perché possiamo passare tutti i giorni a dipingerci le labbra d’oro, ma, alla fine, anche la più preziosa delle bugie non è nient’altro che una bugia. E non sto parlando di quelle piccole menzogne che raccontiamo per evitare una ferita a qualcuno, quelle non si possono nemmeno definire bugie: sto parlando di quelle abnormi, di quegli omicidi/suicidi emotivi che perpetriamo senza batter ciglio, e che non fanno altro che respingere la bellezza che potrebbe presentarsi se solo dicessimo cosa sentiamo, cosa ci sta sputando sul cuore.

Quando impariamo a mentire a noi stessi, farlo con gli altri diventa uno scherzo. Ci sentiamo quasi forti ad essere infelici, a mascherare i complimenti da insulti e viceversa. Siamo dei simpatici e patetici codardi. Riusciamo addirittura ad abbassare lo sguardo di fronte a chi amiamo, quasi come se amare non fosse sufficientemente importante, come se fosse qualcosa da deboli, di cui si può fare a meno.

È una tradizione umana, come il Natale o il St. Patrick’s day, e noi alle nostre tradizioni non ci rinunciamo, nossignore, non sia mai che ci capiti di stare bene e di non aver nulla di cui lamentarci. Sostanzialmente, nella scala delle priorità, “stare bene” viene dopo “lavare i piatti”. Solo che dopo aver lavato i piatti vuoi riposarti un pochino, così ti butti sul divano e inizi una serie tv a caso. Dopo aver guardato tutte e diciotto le stagioni, ed essere arrivato al tanto atteso finale (che avevi già intuito all’episodio due), decidi che è il momento di uscire a bere qualcosa in un locale dall’incerto gusto estetico, dove le soavi urla e il pessimo alcol sono conditi da un alone di tristezza che non si vedeva dai tempi della guerra di Crimea.

Come salvarsi la vita, tra lettere d'amore e verso illuminante: elogio implicito da Whitman a PessoaFinisci il drink, vai a casa, ti siedi sulla tua poltrona Incülen, ultimo modello dell’Ikea. Senti che qualcosa non va, senti che non hai fatto quello che volevi. C’era una persona, quella persona, a cui devi dire delle cose importanti da mesi/anni, che magari oggi ti avrebbe ascoltato. C’era quel tuo amico che ieri aveva gli occhi lucidi e a cui non hai avuto la decenza di chiedere se fosse successo qualcosa di grave. C’era un tramonto (banale riferimento poetico, lo so, lasciatemi fare) che forse era meglio di quello che stavi guardando in televisione. C’erano tutte queste cose, ma adesso hai appena sbadigliato, sei stanco e vuoi andare a dormire, così tanti saluti all’inutile “stare bene”. Magari ci si riprova domani.

Così è andata ieri, così è andata oggi, e, anche se non sono un granché con le scommesse, probabilmente così andrà anche domani.

Lo so, non è tutta colpa nostra.

Ci sono un sacco di motivi per essere infelici che non dipendono da noi. Ho visto L’Attimo Fuggente un centinaio di volte nell’ultimo periodo. Avete presente quando Keating, inginocchiato, si rivolge alla classe citando Walt Whitman?

«O me o vita, domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli. Città gremite di stolti. Che v’è di nuovo in tutto questo, o me o vita? Risposta. Che tu sei qui, che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso». Quale sarà il tuo verso?

Come salvarsi la vita, tra lettere d'amore e verso illuminante: elogio implicito da Whitman a PessoaEcco, io credo che questi versi andrebbero letti e riletti, ascoltati e riascoltati. Andrebbero stampati e appesi su tutte le porte di casa, per ricordarci che non solo possiamo, ma dobbiamo cercare a tutti i costi di “contribuire con un verso”, perché non siamo altro che una poesia su cui lavorare, da scrivere e riscrivere, da cancellare e cominciare dall’inizio. E se qualcuno dovesse dirvi che la poesia non conta niente, abbracciatelo forte, perché siete di fronte a qualcuno così infelice da non aver nemmeno più voglia di tuffarsi negli occhi di chi ama, fosse anche “soltanto” per lavarsi dalle menzogne che ha tatuate in faccia.

Se qualcuno vi verrà a dire questo, che la poesia non conta niente, parlategli della vostra poesia, dei vostri sogni, di quello che non siete, ma che, un verso dopo l’altro, state cercando di diventare. Se scrivete poesie, fategliele leggere, spiegategli cosa c’è dietro alle vostre parole, anche se dovessero essere banali e ridicole come queste:

Mettiamola così:

Attendo senza speranze,

muoio senza malattie,

rispondo senza domande,

bevo senza sete

e mangio senza fame.

Riesco a piangere da un occhio

e a ridere con l’altro.

Capisco le persone

e le situazioni

per la maggior parte delle volte,

ma mi vergogno a parlare al telefono.

Spero che tramonti il cielo

e il sole resti lì.

E tu hai anche bisogno

di chiedermi

perché ti amo?

Non sono un granché? Forse, ma qualcosa valgono, così come tutte le parole e tutti i versi che soffochiamo ogni giorno sotto i nostri finti impegni, sotto i nostri “avrei dovuto”, sotto quella patina di codardia che chiamiamo dignità. Quale dignità? Non c’è dignità nell’evitare a tutti i costi di stare bene. E non preoccupatevi di essere banali, ché ci spacciano così tanta finta originalità che, forse, essere banali può andare anche bene, in certi casi: noi non leggiamo e scriviamo poesia per essere originali, lo facciamo perché siamo esseri umani.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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