Amanda Gorman e la nascita di una nuova poesia, anzi, del poetainement

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Noi amiamo le tradizioni.

Tutti amano le tradizioni, e Raymond. Quella del giullare, ad esempio: che è una figura di riferimento tardomedievale a ben guardare l’etimologia, ma che a guardare ancora meglio affonda le sue radici ancor prima, in tutta l’antichità (dal lat. Iocularis). Il giullare era un cantastorie, mimo, artista di strada: ma l’immagine iconografica che ci giunge più facilmente alla mente è quella del buffone (quindi, per estensione…) di corte, che ogni tanto ridendo castigat mores, e ogni tanto finiva decapitato per aver troppo o con malo tempismo castigato i costumi di corte. Con questo, avremmo esaurito piuttosto esaustivamente quello che pensiamo di Amanda Gorman, poetessa di corte del governo USA, piena di certificazioni che ne attestano il valore. Perché noi pochi, noi stolti, noi romantici rottami siamo ancora legati a quell’assurda idea che il poeta debba dire al di là delle autorizzazioni, delle certificazioni e dei riconoscimenti; che venga prima l’afflato poetico e poi il riconoscimento; e soprattutto che il riconoscimento dell’establishment sia una volontaria limitazione della propria possibilità espressiva, che dovendo rappresentare una parte trovi istantanei censura, -auto e non. In nome di cosa? Del contratto con un’agenzia che rappresenta soprattutto top model (con buona pace di Rita Levi Montalcini, e fermo restando che sarebbe anche risibile parlare di carriera (Wikipedia, in questo, è meglio di Zelig), ma potremmo fare un’eccezione se la poetessa in questione fosse effettivamente dotata di enorme talento. Da quanto letto in occasione dell’insediamento di Biden, il talento più spiccato di Gorman sembra essere quello per il marketing, sfruttando tematiche che attualmente fanno gioco, facendo leva anche su quell’aspetto dell’ignoranza endemica che fa sì che al parvenue della kultura tutto sembri fresco e nuovo (anche i Maneskin, per dire). La poesia di Gorman per zio Joe è un coacervo di banalità, luoghi comuni, frasi fatte e concetti predigeriti (vedi Vecchioni, sentirsi il migliore/il primo, il vero e il solo/e invece elencare/concetti presi a nolo…); non ci pare nemmeno poesia, in effetti, al massimo prosa poetica o prosodia propagandistica; ma indubbiamente serve (è servita) a Gorman per entrare a far parte di un’élite alla io so’ io e voi non siete un xxx. Dalla cerimonia di insediamento in qua, insomma, non siamo riusciti a vedere nulla di nuovo e men che meno di poetico in Gorman, a partire dall’atteggiamento da poeta arrivato, qualsiasi cosa ciò voglia dire, alla faccia di Michelangelo e di coso, lì, quel Baudelaire che diceva qualunque sia il tuo talento, l’arte di saper scrivere non si può imparare in fretta. Il fatto è che non stiamo parlando di poesia: “L’intento di IMG è quello di costruire una nuova immagine di eleganza, basata «sulla sostenibilità, sullo scardinamento dei codici del passato e l’abbandono delle strade già percorse»”; tanto ci basta per coniare un nuovo termine, che ci pare adatto alla nuova nicchia di mercato che Amanda Gorman, questo sì, sembra aver scoperto: il Poeteinement, quel mix di letteratura e glamour che può venir utile durante qualche festa elegante, almeno nelle prime fasi della festa stessa. Ma fin qui, tutto bene. Ciò che ci lascia davvero perplessi è il fatto che non è possibile tradurre Amanda Gorman. Detto in breve, già due traduttori (uno olandese ed uno catalano) sono stati ricusati in quanto non-neri, non-donne, non-giovani. Noi speriamo vivissimamente che anche questa sia un’operazione di marketing, finalizzata a rendere surrettiziamente elitaria la prosodia di Gorman, a rendere di elevato sentire versi da biscotto della fortuna attraverso proibizioni che inducano il sentimento di difficoltà nel tradurre qualcosa che difficile da tradurre non è. Così, la cosa sarebbe soltanto grave; altrimenti è gravissima. Perché impedire una traduzione ad un traduttore perché bianco, uomo e anziano è una forma di violenza. Di discriminazione. È sessista, razzista, ageista ma soprattutto è da ignoranti crassi. E comunque, sembra che anche giovani donne bianche non vadano bene (non parliamo di eccezioni nel merito, delle capacità di traduzione, di conoscenza della lingua o della comunicazione poetica, non sia mai…). Soprattutto, sarebbe la dimostrazione che siamo stati presi in giro ancora una volta (la mia è la generazione dei menati per il naso), pronti a sfilare e battersi per un principio etico ad essere, anche quando non si è direttamente coinvolti – giustamente, si badi bene. Ma dire che solo una giovane donna nera può osare tradurre Amanda Gorman – come dovremmo interpretarlo? Trattare la cosa con serietà è evidentemente ed empiricamente impossibile, ché non potremmo più tradurre nulla (Omero? Non son mica un aedo cieco), e questo solo dal punto di vista strettamente letterario. Da quello generale, ci dovrebbe cogliere il sospetto che le rivendicazioni dei diritti, di cui Gorman ha pieno il suo curriculum da ventenne, di tutte le “minoranze” possibili ed immaginabili non fossero finalizzati alla parità, ma ad una nuova forma di disparità. Il che è la stessa cosa che succede ogniqualvolta si affaccia sulla scena politica qualche “nuovo”, che non desidera altro in realtà che scalzare il vecchio per prenderne il posto. Potenzialmente, la tutela delle traduzioni di Amanda Gorman si può rivelare devastante per tutti i movimenti egualitari del globo terraqueo, per il fanatismo che esprime, per l’aggressiva alterigia, per il razzismo di ritorno: certo, solo potenzialmente, perché nella storia ben pochi si sono accorti di battersi per sostituire il proprio asservimento volontario con un altro asservimento volontario (vedi de la Boetie), e basta ripetere un numero sufficiente di volte che Amanda Gorman è il nuovo poetico che avanza perché alla fine sia creduto vero (vedi Le Bon). Però, che tristezza che questo avvenga anche con la poesia, quale squallore incommensurabile questa alterigia pseudoculturale sulla traduzione di una manciata di versi. E noi che credevamo avesse detto bene il postino di Neruda, e che la poesia non è di chi la scrive, ma di chi gli serve.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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