Gaio Giulio Cesare: luci e ombre del dictator e scrittore romano

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Gaio Giulio Cesare (Roma, 13 luglio 101 a.C. o 12 luglio 100 a.C. – Roma, 15 marzo 44 a.C.): uno nome che, prima o poi, segna la vita di ogni studente del liceo classico per le sue memorabili versioni dai Commentarii de bello gallico. Tuttavia, non bisogna dimenticare che egli non fu soltanto un valente scrittore, ma anche un abile uomo politico e, soprattutto, il dittatore ucciso alle Idi di Marzo del 44 a.C..

Nato a Roma nel quartiere Suburra, Gaio Giulio Cesare apparteneva alle gens Iulia, la stirpe da cui proveniva Iulo, il figlio di Enea e Venere (già il personaggio storico è circondata da quella aura di mito che lo fa apparire ancora più affascinante). L’origine del suo cognomen è incerta e, in base ai relata refero di Elio Sparziano (altro personaggio misterioso, autore della Historia Augusta) sono possibili le seguenti ipotesi:

Le congetture cui ha dato luogo il nome di Cesare, l’unico di cui il principe del quale racconto la vita si sia mai fregiato, mi sembrano degne di essere riferite. Secondo l’opinione dei più dotti e informati, la parola deriva dal fatto che il primo dei Cesari fu chiamato così per aver ucciso in combattimento un elefante, animale chiamato kaesa dai Mauri; altra opinione è che il termine derivi dal fatto che, per darlo a luce, fu necessario sottoporre la madre, che era morta prima di partorire, a un’operazione di parto cesareo. Si crede anche che la parola possa derivare dal fatto che il primo dei Cesari nacque con i capelli lunghi o dal fatto che aveva degli occhi celesti incredibilmente vispi. Bisogna comunque considerare felice la circostanza, quale che fu, che diede origine a un nome tanto famoso, che durerà in eterno.

Gaio Giulio Cesare

Sfolgorante fu la sua carriera: in poco tempo Cesare ricoprì tutte le principali magistrature della Roma repubblicana, dalla questura al consolato, ma l’apice del suo corso politico è senza dubbio rappresentato dal celebre triumvirato (60 a.C.), l’accordo stretto da Gaio Giulio Cesare, Marco Licinio Crasso e Gneo Pompeo Magno. Mai un’alleanza poté definirsi più strategica: Cesare poteva contare sulla sua popolarità presso la popolazione (assumendo anche contorni che oggi definiremmo populistici e demagogici mettendo in cantiere misure a favore della plebe), Crasso mise in campo le sue immense ricchezze e Pompeo poteva contare sulla sua appartenenza nobile. Nel contesto del primo triumvirato Cesare si impegnò nelle campagne in Gallia, magistralmente narrate nei Commentarii de bello gallico. La cifra stilistica della puntuale cronaca cesariana è contraddistinta dal parlare di sé in terza persona, un artificio retorico che esalta le qualità quasi divine che Cesare probabilmente sentiva, e dal ricorso all’oratio obliqua, il discorso indiretto, che rende accessibili per la narrazione di un diario di guerra anche le orazioni di guerra.

Dopo le traversie della guerre galliche e della guerra civile, Gaio Giulio Cesare decise che le istituzioni della res publica dovevano essere soppiantate per essere sostitute dal suo governo personale, che culminò con la dittatura perpetua: a Roma, dicendola con la Carl Schmitt, si sarebbe insediato fino al 44 lo stato di eccezione, dove la violenza della norma era incarnata dallo stesso Cesare. 

Gaio Giulio Cesare
Gaio Giulio Cesare

Adesso è opportuno dare conto alle luci e alle ombre ravvisabili nel nuovo corso di Cesare: le ombre risiedono nell’atteggiamento dittatoriale e dispotico che egli assunse, circondandosi di persone a lui fedeli e aumentando le prebende in modo da non scontentare nessuno (cinicamente verrebbe da dire che i mali dall’Italia vengono da lontano). Tuttavia, non si può dire che non mancarono le luci: la ricchezza architettonica di Roma la si deve, in prima battuta, a Gaio Giulio Cesare, il quale costruì il foro e il tempio di Venere Genitrice. Iniziò i lavori per i templi di Marte Ultore, la basilica Iulia e il teatro Marcello, completati da Augusto, ma non vide mai la luce la biblioteca che doveva accogliere opere in latino e greco.

Il progetto dispotico di Cesare non piacque ai suoi uccisori, tra cui il celebre Bruto, che alle Idi di Marzo (il 44 a.C.) lo accoltellò in Senato. La celebre frase «Tu quoque, Brute, filii mi!» (Anche tu, Bruto, figlio mio!) fu probabilmente pronunciata in greco: «kai sü, teknon?» (Anche tu, ragazzo?)

Il nome Cesare indica, nelle varie lingue, proprio la figura dell’imperatore (Kaiser in tedesco oppure Zar in russo, derivano da Caesar). Gaio Giulio Cesare fu certamente un personaggio pieno di luci e ombre, ma non è possibile non tributargli la giusta grandezza. 

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura 

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