Potenza di Sanremo, dove ogni cosa è marketing, e viva Achille Lauro

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Potenza della lirica

Potenza di Sanremo, dove ogni dramma è un falso, che con un po’ di trucco e con la mimica puoi diventare un altro. Parafrasando Caruso. Poi ti chiedono trenta chili di riso, e personalmente sono molto indeciso se darglieli, e ti chiedono anche perché leggi tanto, e ascolti musica, vedi film: perché non leggere è pericoloso, ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri. Tipo che il bacio di Achille Lauro al suo chitarrista (un suo congiunto, immaginiamo, viste le norme anti Covid) è stata una cosa spontanea e sinceramente provocatoria. A me, l’aveva detto il merlo che vive nella mia siepe, quando è uscita la lista dei partecipanti al Festival di Sanremo, che Lauro si sarebbe prodotto in un bacio gay: io avevo detto di giovedì, la serata-narcolessia per eccellenza, lui venerdì, e ovviamente avevo torto. Non leggere significa avere poca esperienza del mondo, e magari essere portati a credere che questo sia un articolo su Achille Lauro, mentre questo è vero solo in parte: è più un pezzo sulle illusioni, alcune comprensibili e quasi tenere, altre meno. Volersi illudere che Fiorello sia, citiamo, “il più grande mattatore italiano di tutti i tempi” (qualcuno fermi le rotazioni di Vittorio) non è tanto tenero; voler credere che i Maneskin siano un gruppo rock di rottura è divertente; le opinioni su Achille Lauro, quelle sì, fanno tenerezza. Perché senza scomodare Bowie, John e Zero, basta vedere un video (uno, mica tutti) dei Twisted Sister (o anche delle Sorelle Bandiera, in effetti) per rendersi conto di quanto facilmente si possa vendere questo ragazzo come un personaggio anticonformista ed innovativo, mentre agli occhi di chi sa, di chi ha visto, probabilmente non c’è stato sul palco dell’Ariston niente di più conformista e scontato almeno negli ultimi vent’anni. Poi, Achille Lauro fa anche un po’ pena, con quel desiderio di trovare un’identità che lo costringe a dire, inconsciamente conscio di non avere uno spessore sufficiente,

Marina Abramovic

“Io sono il glam rock”: perfino Giovanni Senza Terra voleva essere incoronato, e non incoronarsi da solo. Da qui, il bacio più scontato e falso della storia (ok, uno più falso c’è stato), che fa parte della performance art: se Achille Lauro non è in effetti un cantante, allora è un performer. Ma anche con la performance art bisogna stare attenti, o scattano i paragoni con quella sincera, e i nomi sono notevoli: non paragoneremo mica il nostro eroe a Marina Abramovic? Il fatto è che Sanremo è sempre stata una sede di performance art, almeno da quando Pippo Baudo salvava gli aspiranti suicidi: ma la differenza tra p.a. e musica si fa sentire, perché scimmiottare una performance non è difficile, grazie a trucco e parrucco e un po’ di coraggio nel presentarsi mascherati. In teoria, la musica sarebbe un po’ più tecnica, ma per fortuna adesso, dopo esserci sbarazzati del playback dove comunque la gente cantava con la sua voce ed intonazione, adesso c’è l’autotune: non è che potremmo riavere il playback, prego? Potenza di Sanremo, dove ogni cosa è business. Fanno tenerezza anche quelli che difendono il Festival chi si paga da sé grazie agli sponsor: ma è proprio questo il motivo per cui nulla può essere lasciato al caso, e niente viene perdonato: pensiamo alla reazione proprio del buon Amadeus per la famosa frase per me è la cipolla; e chiedete ai Jalisse se davvero conviene vincere il Festival di Sanremo da outsider. Ecco, qui si annidano le nicchie di verità della televisione, ma serve un minimo di cultura (in senso lato, per carità) per poterle riconoscere: un po’ di più, e potremmo perfino intravvedere che in Achille Lauro la sola cosa che potrebbe davvero inquietare è soltanto il nom de plume che il ragazzo si è scelto. E comunque l’autotune sta alla canzone come il doping all’atletica leggera: lunga vita a Ben Johnson, e viva Orietta Berti.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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