Anedonia: una riflessione filosofica sull’incapacità di provare piacere

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«Il mondo in cui viviamo sembra fatto apposta per deprimerci.
La felicità non fa bene all’economia.
Se fossimo felici di quello che abbiamo,
che altro ci servirebbe?»
Matt Haig

L’anedonia, in ambito scientifico, rappresenta l’incapacità di un individuo di provare piacere. Il termine anedonia viene introdotto per la prima volta intorno all’800, indicando con esso un’incapacità, una vera e propria insensibilità al piacere che caratterizza alcune malattie psichiatriche. Questa incapacità legata al piacere, può investire uno o più ambiti, come le interazioni sociali, il sesso, il cibo. Si comprende dunque come l’anedonia rappresenti in qualche modo un appiattimento emotivo. Prettamente in ambito psicopatologico, l’anedonia è un sintomo e non un disturbo ed è una condizione riscontrabile specialmente nella depressione e in tutti quei disturbi dell’umore.

Si distinguono tendenzialmente due tipologie di anedonia: una definita sociale, in cui l’individuo manifesta una perdita di interesse verso le relazioni sociali che hanno come conseguenza un isolamento volontario dagli altri. La seconda tipologia di anedonia è quella definita fisica, in cui l’individuo manifesta una perdita di interesse e un’assenza di piacere in determinate attività che prima invece lo rendevano felice e lo appagavano.

Prima di addentrarci nella riflessione filosofica sull’aspetto dell’anedonia, è bene accennare alla differenza che intercorre tra l’anedonia stessa e l’apatia, spesso confuse tra loro. L’apatia in sé rappresenta la perdita – totale o parziale – della motivazione rispetto ad un precedente stato. Gli individui affetti da apatia sono caratterizzati dalla difficoltà di intraprendere nuove attività e mancano di iniziativa. L’anedonia, come precedentemente spiegato, rappresenta invece la diminuzione da parte dell’individuo di trarre piacere dalle solite attività quotidiane che precedentemente gli offrivano uno stato di benessere.

Aver accennato al concetto di apatia ci aiuta maggiormente ad introdurci, e ad affrontare, una riflessione filosofica. Sarà familiare ai più il concetto di apatia associato alla filosofia. Gli stoici indicano infatti l’apatia come lo strumento principale per raggiungere la felicità, dal momento in cui rappresenta l’imperturbabilità e l’impassibilità di fronte alle passioni, che in quanto tali, ci allontanano dalla felicità e dalla leggerezza perché fonti di stress. In questo senso, l’apatia, rappresenta la non dipendenza dalle passioni.

#EtinArcadiaEgo - la Lettera sulla Felicità di Epicuro, meraviglia della letteratura greca
Epicuro

In tutta questa riflessione cosa c’entra l’anedonia? Sia nel concetto filosofico di apatia, che nell’aspetto psicopatologico dell’anedonia, al centro c’è il piacere. Accennando ad un’altra corrente filosofica, troviamo l’epicureismo il cui aspetto centrale è proprio il concetto di piacere e della sua ricerca. Secondo Epicuro ciò che rappresenta il sommo bene è proprio il piacere inteso come assenza di dolore e turbamento. Per ricercare e raggiungere questo tipo di piacere è necessario però liberarsi da tutti quei, potremo definire, falsi piaceri. Solo la ricerca e la gratificazione dei piaceri naturali e necessari permette il raggiungimento del piacere in sé.

Il concetto filosofico di piacere così descritto, si avvicina molto a quello psicologico inteso quindi come la sensazione che si raggiunge quando viene soddisfatto un bisogno fisiologico o si intraprende un comportamento che conduce ad una ricompensa. Emerge qui la distinzione tra il piacere anticipatorio e quello consumatorio. Il primo è quello che si manifesta nella mera rappresentazione dell’esperienza di piacere, che permette quindi di alimentarne il desiderio. Il secondo è quello che si prova nell’effettiva manifestazione del piacere.

Tutta questa lunga premessa è utile per porsi una domanda filosofia da cui il motivo del titolo del presente articolo: cosa accade ad un individuo, dentro la sua mente, che vive quotidianamente bombardato da immagini che esprimono per lo più un piacere effimero? Cosa accade ad un individuo che vive principalmente in una società consumista costituita da falsi piaceri? Cosa accade ad un individuo in cui il piacere anticipatorio viene sempre meno dal momento che si preferisce sempre più la concretezza immediata?

Tralasciando in questa sede l’anedonia come sintomo che caratterizza malattie come la depressione, filosoficamente parlando si ha il sentore che quest’incapacità di provare e ricavare piacere da quelle solite attività quotidiane gratificanti, si stia manifestando in sempre più persone. La velocità nella quale sia immersi, la liquidità di una vita sempre più materialista, ci sta portando inesorabilmente alla deriva. Avere tutto a portata di un click ci sta privando in qualche modo del piacere ricavato dalla rappresentazione di un piacere altro. Proviamo un leggero piacere tra un click e l’arrivo di un corriere. Subito dopo, svanisce tutto, ci sentiamo svuotati e ci mettiamo subito alla ricerca di un altro piacere, effimero di nuovo, che non ci porta l’effettiva gratificazione che stiamo disperatamente cercando.

Dovremo forse cominciare a riflettere davvero su quanto ci circonda per iniziare davvero a comprendere di quali piaceri ha bisogno la nostra anima? Dovremo forse arrestare questa anedonia filosofica che ci sta portando ad essere sempre più involucri vuoti?

Tra una ricerca di falso piacere e l’altro, riflettiamoci.

Vanessa Romani per ArtSpecialDay

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