Umberto, Alex Schawazer e gli altri: note da un’italia minuscola

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L’italiano medio(cre) è capace di cose mirabili, come continuare a considerare regolare il gol falloso di Maradona perché l’arbitro lo ha convalidato in modo inappellabile, e considerare falsato il risultato di Italia-Corea nonostante le decisioni dell’arbitro siano inappellabili. In questo, quasi nessun abitante dello stivale vede alcuna contraddizione, e se la vede la bypassa allegramente: perché l’Italia è anche quel Paese dove la colpevolezza è un algoritmo condizionato non dalla giurisprudenza o (non sia mai, horribile dictu, dall’etica) ma dal tempo. Col tempo, in modo molto filosofico, tutto si risolve e tutto si prova: perché più che il tempo passa, il nemico si fa d’ombra e si ingarbuglia la matassa, cantava Guccini. Deve trattarsi di una matassa di Schroedinger, perché nel momento in cui si ingarbuglia, qui da noi anche si scioglie. Ahi serva Italia, Paese “sanza” colpevoli: i treni deragliano da soli, gli aerei esplodono motu proprio, i dopati sono vittime di complotti certo orditi in nome di interessi incertissimi, e non parliamo di cose irrilevanti come furti ed evasione fiscale. Così, siamo diventati, un azzeccagarbugli dopo l’altro, il paese del cumulo giuridico, dove il concetto di stato di diritto è qualcosa che si applica come tutela dei rei peggiori. Tra questi, da ieri non possiamo annoverare Alex Schwazer, altoatesino, assolto dal Tribunale di Bolzano per non aver commesso reato di doping e anzi essere stato vittima di un articolato complotto generato da enormi interessi in gioco, attraverso l’alterazione dei campioni di urina, nel 2012. Il tempo mischia bene le bibite, gli imperativi e quel che mando giù, cantava Vecchioni, che di Guccini non a caso è grande amico: grazie al tempo, siamo capaci di mandare giù addirittura che vengano trovate tracce ematiche valide a distanza di 25 anni, come tempo addietro ci venne raccontato circa il caso di Emanuela Orlandi. E via elencando, esemplificando, enumerando. Schwazer venne squalificato fino al 2016, pochi giorni fa ricorreva l’anniversario della scomparsa di Umberto Eco, avvenuta nel 2016: forse il nostro semiologo, noto soprattutto per aver dato indirettamente un’aura di serietà alla carriera cinematografica di Sean Connery, avrebbe avuto qualcosa da dire non tanto nel merito, quanto sulle “assolute certezze” che circolano, soprattutto per l’aere del web, sull’innocenza e sul complotto; forse, avrebbe persino pensato qualcosa sulla differenza semantica che passa tra il saltare sul carro del vincitore e sul carro dell’assolto. Più prosaicamente, noi ci limitiamo a notare che le sole cose che l’italiano di cui all’incipit non perdona sono la miseria, la diversità e l’anonimato: l’unica altra cosa che si deve cercare di evitare, è di diventare un capro espiatorio, un esempio da additare. Ovviamente, al netto della cultura e del pensiero: ma quello non è un problema da alcuni secoli.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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