Gauguin: un angolo di giallo davanti agli idoli ghiacciati della notte

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

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Piccole linee nere e sottili separano i protagonisti di Gauguin dal mondo esterno e condensano masse di colori mai casuali: il bianco e gli accenni di giallo pallido evocano la luce, il nero annuncia il lecito scambio profetico tra le ombre e gli occhi ghiacciati degli spiriti della notte, l’arancione brillante e il viola cullano la dea di Tahiti, desta nel suo simbolismo cromatico. Da questi accordi fra tinte complementari nasce il Sintetismo:

In contrapposizione alla rappresentazione “dal vero” dell’Impressionismo, il Sintetismo propugnato da Gauguin intende l’immagine pittorica come un’elaborazione mentale, soggettiva e astratta, nella quale la forma sensibile è trasfigurata dal sentimento, dall’idea dell’artista e dal suo uso simbolico di linee e colori

Le linee raccontano le fantasie della mente, danno forma all’astratto.

  • Linee di congiunzioni: le mani, spettatrici in preghiera

In Ia orana Maria (Ave Maria), Gauguin mostra due donne in contemplazione: sono state appena informate da un angelo dalle ali gialle che quella davanti a loro è la Madonna (indossa un abito rosso che è il medesimo della ragazza a sinistra nel quadro Sulla spiaggia) e il bambino, circonfuso da un’aureola e abbarbicato sulla sua spalla, è Gesù. A stupire è il gioco degli sguardi e delle mani: c’è una tensione spirituale palpabile, che porta con sè una primitiva curiosità e un velato misticismo esotico; eppure è anche evidente il distacco tra le spettatrici e la figura principale. Come sempre accade nei quadri di Gauguin, c’è sempre qualcuno che osserva e il protagonista che rifugge il contatto, spiando altrove, e anche qui la Madonna ignora la devozione delle due e rivolge la sua attenzione verso un oggetto indefinito (forse “solo” un pensiero”) fuori dalla composizione.

Paul Gauguin, “Ia orana Maria (Ave Maria)” (1891-92)

L’iconografia posturale e delle mani delle donne tahitiane riprende le Figure in preghiera di un rilievo situato nel tempio di Borobudur a Giava.

Dettagli scultorei, rilievi del tempio di Borobudur a Giava
Dettagli scultorei, rilievi del tempio di Borobudur a Giava

Poche linee separano ciò che è reale (il soggetto) da quel che è una proiezione, una visione, una speranza, un’allucinazione o più semplicemente un pensiero (il mondo esterno).

  • Linee di veglia ed erotismo

Manaò Tupapaù (Lo spirito dei morti veglia) spia di traverso una ragazza, distesa nuda sul letto. La guarda e lei, al solito, rifugge il contatto. La stanza è popolata dai feticci della luna e dalle avances delle ombre, che fanno da contorno immaginifico alle due figure nere protagoniste che, agli antipodi, giocano i loro dialoghi silenziosi, da cui trapelano squarci bianchi e “scintille verdastre” sul muro e riverberi ambrati sulla colonna, simili a obelischi gialli. L’erotismo respira come nelle antiche notti appartenute a una regina egizia, nuda e reale nel suo mondo di sogno popolato da sinuosità, figure impronunciabili e nascoste in ogni piega del lenzuolo, sussurro interno, linearità policroma. 

Paul Gauguin, “Manaò Tupapaù (Lo spirito dei morti veglia)” (1892)

Il titolo Manaò Tupapau può significare due cose: la ragazza pensa al fantasma o il fantasma pensa a lei.

Il terrore di Tehura mi aveva contagiato, mi sembrava che una luce fosforescente emanasse dal suo sguardo fisso. Non l’avevo mai vista così bella, soprattutto mai di una bellezza così conturbante. E poi, in queste mezze tenebre sicuramente popolate di apparizioni pericolose, di suggestioni equivoche, temevo di fare un gesto che avrebbe portato al parossismo lo spavento. Sapeva chi io fossi per lei allora? Mi credeva forse, con quel mio viso inquieto uno dei demoni o degli spettri, dei tupapau di cui le leggende della sua gente popolano le notti senza sonno? Sapevo io chi lei fosse veramente? L’intensità del sentimento che la possedeva, sotto l’impeto fisico e morale delle sue superstizioni, faceva di lei un essere così estraneo, così diverso da tutto quello che avevo potuto vedere fino ad allora (Gauguin nel quaderno dedicato alla figlia Aline)

Paul Gauguin, “Manaò Tupapaù (Lo spirito dei morti veglia)”, acquerello realizzato per Noa Noa
Paul Gauguin, “Manaò Tupapaù (Lo spirito dei morti veglia)” realizzato per Noa Noa
  • Linee di domande: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

I quadri di Gauguin, così come quelli di Edvard Munch, sono popolati da tanti personaggi. Ma, in realtà, ognuno non vive che la sua fantasia della medesima scena: accade nella Visione dopo il sermone e nel Cristo giallo, in cui il dolore comune trasmigra a fiotti nelle colline rigonfie di giallo. Ma ancor di più, questa separazione dei meccanismi del pensiero, l’astrazione che diventa tante piccole personalità nello stesso dipinto, è evidente in Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Paul Gauguin, ” Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (1897)
Paul Gauguin, dettaglio ” Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (1897)

Realizzata dopo un tentato suicidio dovuto alla morte della figlia Aline e alla drammatica condizione economica, in quest’opera Gauguin raffigurò le diverse età della vita. Nessuna si guarda in faccia, ognuna sembra assorta nel suo unico e impenetrabile mondo. Eppure, ciò nonostante, il bambino sulla destra, il ragazzo al centro e l’anziana donna sulla sinistra, e così i due damerini in cammino sullo sfondo e l’idolo di Hina (dea universale dei polinesiani), sono legati tra loro. A tenerli vicini sono due angoli di giallo: lo spicchio a sinistra indica il nome dell’opera, quello a destra la firma di Gauguin. Ogni storia, pensiero, idea, fantasia, bramosia, sogno permane per tutta la vita nello stesso quadro, collegata da linee invisibili. Niente è più reale dell’apparente disgregazione dell’astratto.

Mi piace pensare che la Belle Angele stesse riflettendo su questo, quando Gauguin la ritrasse così seria, traendo spunto da una piccola bolla di carta intestata recuperata in un albergo di Pont-Aven.

Angolo giallo dell’opera, dettaglio “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (1897)

Isabella Garanzini per MiFacciodiCultura

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