William Turner e gli house portraits dorati (ma dov’è la casa?)

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Nel quadro Mortlake Terrace, residenza di William Moffatt, Sera d’estate, Turner presenta quella breve parentesi di colori e luci che accompagna la fine del giorno e l’arrivo della notte. Della dimora citata nel titolo non si scorge neanche l’ombra, mentre brilla in controluce la sagoma di un cane che passeggia su un muricciolo a ridosso del Tamigi: è lui il vero protagonista, simbolo concreto nello spazio dorato, al tatto quasi rarefatto.

William Turner,”Mortlake Terrace, residenza di William Moffatt, Sera d’estate” (1827)

Quel cane, racconta Frederick Goodall, fu aggiunto quasi per gioco dal pittore Landser, che appoggiò un pezzo di carta sul dipinto per vedere la reazione di Turner. Il pittore, il giorno prima dell’esposizione alla Royal Academy, rimase così stupito che decise di dipingere veramente l’animale, attaccando il pezzo di carta all’opera, modificandolo giusto un pochino. Grazie a questa casualità possiamo oggi osservare l’elemento figurativo di demarcazione fra la terra, con l’erba quasi evanescente, conturbata da gocce piccole e fulgide, e il fiume, che solcato a intermittenza dalle barche in movimento evoca la frenesia di concitati azzurri chiacchiericci. Gli umani sono pochi, figurine nere distese in un manto giallo. L’effetto dell’atmosfera fu descritto come una sorta di oftalmia elettrica dal reverendo Eagles:

Turner ha derubato il sole del suo diritto di primogenitura a creare le ombre. Quando la Natura farà ancora a meno di loro, quando farà gli alberi come scope, e questa vera terra si alternerà tra lo zolfo e l’albume, controbilanciati con i blu più intensi che non possono tenere più a lungo a distanza; quando le vacche saranno di carta bianca e le figure color latte rappresenteranno i pastori e quando gli occhi umani saranno felicemente dotati di una forza caleidoscopica per ricomporre tutta questa confusione e diventeranno prova di oftalmia, allora Turner sarà il più grande pittore che il mondo abbia ma visto (reverendo J-Eagles, scrivendo sul Blackwood’s Magazine)

Quel che rimane costante, nelle opere di Turner, sono gli spazi. A prescindere dalle sfumature utilizzate, l’immensità della Natura, e al contempo la sua magnificenza non congetturata nè artificiosa ma semplicemente presente senza alcuna intenzione, cosparge i piccoli uomini di meraviglia e terrore, li attanaglia e li bacia in una stretta Sublime.

William Turner, “Mortlake Terrace, Eraly summer morning” (1826)

Ecco perchè le abitazioni non sempre si scorgono o comunque non rappresentano che una porzione di dipinto, sempre inferiore rispetto alla totalità: non sono che ripari d’occasione per i damerini di passaggio, quelli che abitano a Mortlake Terrace o tremano nel manto siderale del Mattino gelido, si distendono sereni vicino al Guado del ruscello o passeggiano nella campagna romana (I pifferai). Ognuno di questi piccoli uomini pensa ingenuamente- e inevitabilmente- di essere il primo a sapersi stupire, ad anelare a cogliere il senso della vita nella Natura, come Thoreau coi suoi versi. Ma altro non è che una copia incartapecorita di qualcosa di già visto, una sorpresa infinitesimale nella sua originalità quanto Annibale che attraversa le Alpi in mezzo a una bufera di neve; non è che l’ultimo di una serie infinita di animi che nella Natura cerca il suo riparo, la sua espiazione.

William Turner, “Snow Storm: Hannibal and his Army Crossing the Alps” (1812)

John Ruskin definì Turner “l’unico vero pittore e poeta del giorno” e aveva ragione: diede una casa, seppur di passaggio tra i feticci illusori, ai puntini erranti per il mondo. Regalò agli uomini la speranza di proiettare all’esterno, in quel bradisismo altalenante di terrore e meraviglia, fra le scorciatoie segrete dei cieli in burrasca nelle notti in cui i folli assistono alle roman candles exploding like spiders across the stars, i propri squarci di solitudine.

Isabella Garanzini per ArtSpecialDay

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