Keisai Eisen e la geisha: commemorazione di un’ombra di erotismo

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Keisai Eisen 渓 斎 英 泉 prese il nome dal suo apprendista, Kanō Hakkeisai. Figlio di calligrafo, nacque in quella Edo (attuale Tokyo) pregna di frenesia del tempo e si dice divenne proprietario di un bordello, che andò bruciato nel 1830. Scrisse Note di un vecchio senza nome per raccontare le personalità principali dell’ukiyo-e (mondo fluttuante), parlando di Hokusai, di cui si definì il successore, e di Hiroshige, col quale ebbe in comune la raffigurazione dei vasti paesaggi (celebre è la serie Sessantanove stazioni del Kiso Kaidō). Eisen realizzò numerosi surimono (“cosa stampata”), ovvero dei bigliettini quasi miniaturizzati commissionati per eventi importanti. Ma, più di tutto, ad affascinarlo furono le donne, che dipinse negli imponenti bijin-ga (“dipinti di belle donne”), specie nei ritratti a mezzo busto denominati okubie (“grandi colli o grandi volti”) a Yoshiwara, il quartiere delle geishe.

Keisai Eise, “Print” (1848)
Keisai Eisen, “Shinagawa: hot tea” (1845)

Quasi scattando delle istantanee e catturando l’attimo, Eisen spiò le donne di Edo e ritraspose la loro impenetrabilità psicologica, in parte mistificata dal trucco bianco a forma di coda di rondine disteso sul volto e dal rosso beni applicato sulle labbra con un tocco di verde. I kimono all’ultima moda strisciano nelle piccole stanze tra i tavolini di servizio (tokonama) e le ricche stampe di alberi, e il fruscio dell’abito è sempre meno udibile quando si cammina su un terreno soffice come la consistenza di una nuvola, per bere del tè caldo sotto la luna. I corpi avvolti dal pallore notturno riflesso nella lucentezza delle vesti influenzarono i pittori James Tissot, Henri de Toulouse-Lautrec e Emil Orlik. Van Gogh vide una stampa di Eisen sulla rivista Paris Illustrè. Le Japon, che vendette 25 000 copie, e ne rimase a tal punto invaghito che ritraspose una versione quasi identica de La cortigiana:

Keisai Eisen, “Courtesan, Unryu Uchikake no Oiran” e Vincent van Gogh, “The Courtesan (after Eisen)”

Il kimono fantasioso è cangiante e quasi delirante nel custodire gli innumerevoli e mutevoli ghirigori contorti dell’erotismo umano, celati con posa e accuratezza. La ricca cortigiana di Eisen indossa un lungo abito nero macchiato da vortici bianchi e spruzzi vaporosi, che risalgono le linearità curve della carne, con comparse di mari verdi invasi da fiori vanitosi; le braccia e poi il collo sono protette da una simbiosi geometrica di losanghe e pipistrelli, fosforescenti come gli animi della Secessione berlinese. La cortigiana di Van Gogh, dipinta specularmente, è curata in ogni dettaglio (anche qui, come per quella di Eisen, s’intravede il pallore delle dita del piede che fuoriesce, contratto, dalla grazia del kimono) ed è colorata da un amalgama convulsa di verdi, gialli, marroni e bianchi, tra linee e cerchi che conferisco l’idea di una confusione spontaneamente irriverente. Gli spilloni e i pettini nei capelli spiccano e feriscono quasi una beltà manifesta, che come in tutti i bijin-ga riflette le mode e i desideri del momento, quelli che influenzarono gli stilisti occidentali quali Paul Poiret e il britannico Charles Frederick Worth, che scelse il motivo “sole del mattino con le nuvole” per le celebri sorelle viaggiatrici Cooper Hewitt.

Keisai Eisen, “Fumatori di pipa” (1835)

La raffigurazione della bellezza femminile è sempre stata parte di un racconto, diversa dal ritratto vero e proprio che è prevalentemente maschile: l’uomo viene identificato dalla sua posizione sociale e rappresenta comunque un personaggio ritratto per quello che è e che fa e non per la sua bellezza. Nei ritratti femminili c’è soprattutto l’idea maschile della donna, l’idea della donna come “oggetto di bellezza”. In questa celebrazione della beltà, le opere di Eisen (“I sette saggi del quartiere di piacere”, “Quattro stagioni di piacere. Eventi a Yoshiwara”, “Beltà alla moda del Mondo Fluttuante al paragone”, “Dodici paesaggi di beltà moderne”) segnano una rivoluzione artistica e sociale, forte e intensa come solo una fotografia di moda riuscirà a rappresentare 200 anni più tardi (Clara Tosi Pamphili in Hokusai, sulle orme del Maestro)

Le geishe non erano- e non sono- prostitute

Le geishe fecero la loro comparsa nel 1600 e, specie da quando nel 1617 la prostituzione fu dichiarata legale in Giappone, s’è stabilita una netta differenza tra queste e le cortigiane, differenza che a molti sfugge tutt’ora. Le seconde si riconoscevano per l’obi legato sul davanti, mentre le geishe per le maniche lunghe (furisode) a simboleggiare lo stato nubile. Ma approfondiamo il percorso delle geishe, lungo almeno 5 anni ed estremamente preciso, come descritto nel libro kenban:

  1. Primo livello: la bambina giunge presso l’okiya, la “casa delle geishe”, dove impara le attività domestiche e poi quelle legate all’intrattenimento (danzare, cantare, suonare lo shamisen e un flauto di bambù e servire con maestria il sake e il tè).
  2. Secondo livello di apprendistato: con trucco pesante e abbigliamento colorato, si osservano le “sorelle più grandi” servire il tè, scegliere e indossare gli ingombranti kimono e intrattenere gli ospiti
  3. Terzo livello, Maiko: s’impara l’arte della conversazione. La Maiko, dopo 5 anni, sceglie un nome d’arte e diventa ufficialmente geisha

A Kyoto esiste un quartiere, Gion, denominato hanamachi (“quartiere delle geishe”), dove ogni anno si festeggia Miyako Odori (“danza dei ciliegi in fiore”).

Keisa Eisen, “Coppia vicino a un dipinto con albero di bamboo”

Abunae: immagini maliziose ma non dal contenuto sessuale 

Shunga: immagini esplicitamente erotiche

Dal 1840, le scene erotiche furono severamente censurate, e così le vendite di immagini con attori e geishe riconoscibili, e il prezzo delle silografie fu fissato a un massimo di 16 on (pochi euro). Numerosi artisti risentirono pesantemente di queste regole, in primis Utamaro che ebbe complicazioni di salute. Allora le tematiche erotiche dovettero spostarsi altrove e abbandonare momentaneamente le sale da tè, dove si festeggiavano le cerimonie annuali tra esasperazioni di sensualità e i kimono lussuosi a sintetizzare l’armonia tra naturalezza e geometria come in un quadro di Escher, e confluirono in serialità di paesaggi. In cui, però, Eisen, Hokusai e gli altri cominciarono a far spuntare con assiduità animali, fantasmi, presenze misteriose antropomorfe a testimoniare la storia più antica del mondo: per quanto ci si possa sforzare di nasconderli, i segreti umani più primitivi e profondi, specie quelli delle donne, trovano sempre il modo di riemergere (e magari lo fanno con un piedino bianco che fa la sua comparsa lesto lesto sotto l’orlo di un kimono setoso rosso, proibito dalle leggi suntuarie).

Keisai Eisen, “Coppia vicino a dipinti con alberi di prugne”

Per approfondimenti:

Hokusai, sulle orme del Maestro, Skira, 2017. C’è una sezione dedicata a Keisai Eisen, protagonista della mostra a Roma, Museo dell’Ara Pacis (ott.2017- genn. 2018)

Isabella Garanzini per MiFacciodiCultura

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