Antonio Gramsci e la progressiva estinzione del pensiero, politico e non

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Antonio Gramsci e la progressiva estinzione del pensiero, politico e non
Una edizione dei Quaderni dal carcere

Ne abbiamo occhieggiate tante, di biografie, alcune anche nostro malgrado: molte iniziano con fiero piglio anagrafico, degne del miglior Fazio, tipo Antonio Gramsci (nato Antonio Francesco Sebastiano Gramsci, Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937), politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario. Ben poche, ad onor del vero, riportano tra le qualifiche del personaggio quella di “pensatore“, come abbiamo visto per Gramsci; la cosa colpisce per quanto è insolita, ma evidentemente in qualcuno la potenza, la vastità e la complessità del pensiero gramsciano ha fatto presa. In fondo, cultura è anche continuare a lottare per la cultura ben sapendo di avere perso in partenza (per parafrasare il pensiero di Sandro Pertini).

Capisci, insomma, che tutto è stato vano: il PCI, gli studi compiuti nonostante la salute cagionevole, tutto quel pensare, la questione meridionale, la critica teatrale e letteraria, il giornalismo, l’Unità, l’Ordine Nuovo, il Parlamento, Mussolini, il delitto Matteotti, il materialismo storico, l’arresto e il processo, il carcere, i Quaderni dal carcere, le riflessioni sull’egemonia, le classi subalterne e la coscienza di classe, la salute sempre più precaria: e il pensiero, sempre il pensiero, quello che

Non ho mai voluto mutare … sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione.

Lettera alla madre, 10 maggio 1928

Noi, oggi, non possiamo capire Antonio Gramsci, che era uno stoikiy muzhik, un uomo tutto d’un pezzo, un uomo di pensiero. Non ci è possibile perché la forbice tra la nostra epoca ed il suo pensiero è talmente ampia, ed in via di allargamento esponenziale, che non solo non siamo in grado di apprezzare la profondità del ragionamento gramsciano, ma neppure di capirne la natura: come potremmo, noi che siamo talmente abituati a considerare il raggiro e la sopraffazione come un valore, da offenderci mortalmente quando qualcuno afferma il vero?

Oggi in compenso si scrive troppo male. Non si è mai scritto tanto male; e quel che più sorprende, lo scriver male non è mai stato quanto oggi lodato e apprezzato. […] Certi libri di oggi, sì, sono letteratura fiacca, fiacchissima, perché totalmente inutilizzabili. Chi può rileggere un’opera di questi giorni? Quale esempio di stile si può offrire oggi ai giovani? Di molti libri generalmente lodati resta soltanto l’eco fioca di una vaga filantropia tutta esteriore, tutta di maniera, incapace di fermarsi sulla pagina. […] e sono scomparsi la fantasia, il ritmo il vigore espressivo affidato non alla copia della realtà ma alla sua rielaborazione poetica, evocativa. Uno schema stilistico qualsiasi basta per tutti; e tutti scrivono allo stesso modo. Questa che cos’è se non barbarie? Arte popolare? Ma questa di oggi è semplicemente bruttezza.

Antonio Gramsci e la progressiva estinzione del pensiero, politico e non
Il primo numero de L’Unità

Per intenderci, Gramsci fu estremamente critico nei confronti di un signore di nome Luigi Pirandello: morendo sostanzialmente di consunzione nel 1937 (va detto, ad onor del vero oggi Gramsci sarebbe verosimilmente morto comunque, oppure avrebbe 126 anni), gli fu risparmiato di vedere Diego Fusaro e Fabio Volo assurgere al ruolo di maestri di pensiero, raccontini venire spacciati per romanzi (ogni riferimento a Seta di Baricco è assolutamente intenzionale, ma è solo un esempio), i lavori di Valerio Massimo Manfredi per romanzi storici, autrici di romanzetti rosa paragonate ai maestri del romanticismo. Sono sballati i parametri di riferimento: Gramsci, nelle sue riflessioni sulla letteratura nazional-popolare si confrontò con l’opera di Manzoni (rimaste famose le note gramsciane sul romanziere lombardo), Dickens, Chesterton, Balzac, Zola, Hugo, Dostoevskij e Tolstoj, e a buon titolo poteva dedurne che in Italia la letteratura non si era diffusa era stata popolare, per la mancanza di un blocco nazionale intellettuale e morale tanto che l’elemento intellettuale italiano è avvertito come più straniero degli stranieri stessi (con l’eccezione, secondo Gramsci, del melodramma). In altre parole, Gramsci avvertiva come l’italiano medio sentisse più propria la letteratura estera di quella nazionale: dimostrazione della distanza tra pubblico e scrittori, che oggi fa il paio con quella della discrasia tra cittadino e politica.

Ma anche qui, Gramsci ebbe modo di confrontarsi col pensiero crociano, con Togliatti, Gobetti, Amendola, Salvemini, con Marx e Trotskij: se vogliamo, oggi viviamo un’epoca in cui la distanza tra popolo e politica viene colmata dal fatto che parte (gran parte) di quest’ultima viene rappresentata da diversi elementi che peritandosi anche di mettere su carta il prodotto delle loro poche sinapsi hanno indubbiamente il dubbio merito di ridurre la frattura con la ggente abbassando fino all’infimo il livello dell’azione politica e di quella letteraria in un colpo solo.

Tutta la classe colta, con la sua attività intellettuale, è staccata dal popolo nazione, non perché il popolo nazione non abbia dimostrato e non dimostri di interessarsi a questa attività […] ma perché l’elemento intellettuale indigeno è più straniero degli stranieri di fronte al popolo nazione.

Certamente, quando scriveva queste parole, Gramsci non pensava che l’attività intellettuale della classe politica sarebbe stata rappresentata spesso in maniera così insipiente.

E pensare che c’era il pensiero, pensava uno degli ultimi pensatori d’Italia: anche Gramsci, che moriva per la libertà di pensiero, penserebbe che adesso ci vorrebbe il pensiero. Che c’era, ma, forse, non c’è più. Penso.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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