La secolarità della vita nell’Onda di Katsushika Hokusai

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Katsushika Hokusai dipinse le 36 vedute del Monte Fuji a 70 anni e riuscì a creare una perfetta sintesi tra la forza figurativa occidentale e le sinuosità orientali. Scelse uno dei meisho (luoghi da non perdere) più venerati del Sol Levante: la Sacra Montagna si staglia subito dietro l’Onda di Kanagawa (1831), che sta per investire col suo manto color blu di Prussia e la vaporosa schiuma bianca gli infinitesimali pescatori con le loro barche, appena tornati da Edo (attuale Tokyo). Le piccole increspature di quel “grande scheletro bianco” si frastagliano in tante copie più piccole (decomposizioni frattali), quasi fossero “bianchi artigli di spuma”, così li definì Jack Hillieri in Catalogue of the Japanese paintings and printsSe ci si fa caso, l’onda più piccola riprende la sagoma del Fuji.

Katsushika Hokusai, “La grande onda di Kanagawa” (1831)

oki nami (沖浪): “onda in mare aperto”

Hokusai cambiò una marea di pseudonimi (più di 30) durante la sua lunga vita, ma per L’onda scrisse: “dal pennello di Hokusai, che cambiò il nome in Iitsu”.

“Trentasei vedute del Monte Fuji / al largo di Kanagawa / sotto un’onda” più ” “Dal pennello di Hokusai, che cambiò il nome in Iitsu”

L’opera riscosse un notevole successo: furono prodotte più di 5000 stampe e le immagini finirono nei cataloghi, nei libri e nelle guide turistiche. Ciò nonostante, il prezzo stimato era irrisorio (L’onda valeva quanto due porzioni di noodles!) mentre oggi il complesso delle 36 vedute del Fuji è stato venduto da Sotheby’s per 1 350 000 euro. Hokusai venne inserito dalla rivista Life tra gli artisti più influenti del millennio, accanto a Michelangelo, Leonardo e Picasso, ed è oggi considerato uno dei maggiori esponenti che favorì la diffusione del Giapponismo (influenza dell’arte del Sol Levante in Occidente).

  • Successo in Europa

Hokusai giunse dapprima in Francia, dove il suo primo biografo Edmond de Goncourt lo definì “uno degli artisti più originali mai apparsi al mondo”. Di seguito, nel giro di poco Claude Monet prese spunto da lui per le burrasche a Belle-Île e Étretat, Gustav Klimt s’ispirò ai dettagli delle gocce per la pioggia d’oro che penetra Danae durante il sonno, Edvard Munch copiò i dettagli policromi delle vesti e Henri de Toulouse-Lautrec la linearità grafica per le stampe del Moulin Rouge, Paul Gauguin fu attratto dalla sinuosità dei corpi assopiti in scenari esotici e Van Gogh copiò Cortigiana con soprakimono con motivo di drago e nuvole di Keisai Einsen per realizzare una sua versione.

A colpirli fu la libertà delle forme, che nella natura e nei ritratti umani è precisa ma non rigida, policroma eppure composta, elegante e talvolta sensuale. E’ interessante poi quanto disse Richard Douglas Lane, secondo cui gli occidentali sarebbero attratti da Hokusai e Hiroshige perchè “senza rendersene conto, ciò che più ammirano è proprio la parentela nascosta con la tradizione occidentale che provoca loro confusione”. Qual è questa parentela nascosta? La prospettiva. In Europa si era famigliari con essa da tempo mentre in Giappone era stata introdotta solo nel primo trentennio del ‘700 da Utagawa Toyoharu, che era poi diventato maestro di Hiroshige e Hokusai e gli aveva insegnato il punto di fuga. Sarebbe proprio questo elemento, a livello inconsapevole, a permetterci di apprezzare  ancor di più con l’opera di Hokusai.

Utagawa Toyoharu, “The bell which resounds for ten thousand leagues in the dutch port of Frankai” (1770)

Inoltre, una grande suggestione fu data dalla filosofia stessa dell’ukiyo-e (“mondo fluttuante”), che evidenza la continua convivenza e la tensione tra gli opposti. Yin e Yang sono presenti anche nell’Onda, in cui c’è un’armonia tra il mare e il Fuji, il pieno corposo e il vuoto rarefatto, il chiaro e lo scuro (tipici di questo periodo erano i benigirai, ossia dipinti senza il rosso e con quasi solo il blu):

Esiste un’arte della profondità che sembra arrestare i confini dell’Universo e della conoscenza, nutrirsi della meditazione dei pittori e tradurre gli intimi accordi che risuonano dentro di loro con una strana forza. E’ il linguaggio attraverso cui si esprimono, mediante l’alfabeto delle forme, la potenza dei sogni, la magia de passato, gli incantamenti del cuore. La leggenda e la storia, al pari della natura e della vita, servono solo da pretesto ai suoi fasti misteriosi. (…) Ciò che attrae i maestri dell’Ukiyo-e non è il fatto che la vita sia misteriosa e profonda ma istantanea e diversa. Sarebbe giusto chiamarli “pittori dei fenomeni terrestri, animati dalla curiosità” (Donatella Failla in Hokusai, sulle orme del maestro, Skira edizioni, 2017)

  • Successo in Giappone

Durante il periodo Edo (1602-1878), il rapporto tra la Natura e l’uomo era stato indagato anche nei mestieri più semplici, della vita di tutti i giorni: soggetti erano la frenesia dei teatri (kabuki) e dei matsuri (feste), la rassegnata compostezza dei rōnin (ex samurai) e poi la beltà devota delle maiko (apprendiste) e delle geishe, oltre alla pace garantita dagli spazi aperti. C’era poi una grande suggestione per i fantasmi, che andavano a mischiarsi ai vivi, comparendo sotto forma di animali incantati, diavoli tentatori o simboli erotici. Hokusai e gli altri esponenti dell’ukiyo-e raccontarono una realtà conosciuta da tutti, con la sua commistione di tradizione, sessualità e curiosità atemporale.

Katsushika Hokusai, Young Woman reading Makura no Sōshi (The Pillow Book), 1822

Il tutto entro la consapevolezza buddhista che l’uomo non sia che una piccolissima presenza al cospetto della Natura onnipotente e onnipresente (shintoismo), dinanzi alla quale si è sprovvisti di qualunque risorsa che non sia quella della contemplazione del momento. La sensorialità deve essere la soluzione a un mondo continuamente fluttuante, i brevi haiku devono respirare, baciare e ascoltare ogni fremito di vita prima che tutto svanisca con la rapidità di un’onda.

Bisogna vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sakè, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua ( Asai Ryōi in “Racconti dell’ukiyo-e”)

Isabella Garanzini per MiFacciodiCultura 

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