Elizabeth Shippen Green, l’illustratrice simbolo della “New Woman”

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Nel 1894 la scrittrice irlandese Sarah Grand utilizzò il termine “New Woman” in un articolo in cui descriveva un cambiamento radicale che riguardava le donne, ormai non più disposte ad essere una sottocategoria del patriarcato. La scrittrice ‘Ouida’ (pseudonimo per Maria Louisa Ramè) le rispose intitolando il suo articolo “New Woman”. Fu così che, sul finire del XIX secolo, sia in Europa che negli Stati Uniti, andò consolidandosi la convinzione che l’educazione e il lavoro non potessero più essere prerogativa unicamente degli uomini. Più dell’80% degli abbonati ai principali quotidiani erano donne, ciò nonostante si preferiva continuare a dipingerle come superficiali ed esili figurine variopinte, avvenenti nelle loro belle forme e totalmente prive di pensiero critico. Elizabeth Shippen Green contribuì a supportare questa nuova visione della “New Woman”

L’indipendenza non è solo una questione di libertà ma include anche cambiamenti oggettivi: modi di vestire, possibilità di partecipare a diverse attività… Occorre garantire alle donne l’abilità di partecipare nel mondo in modo più attivo (Roberts Jacob, “Women’s work”, 2017)

Elizabeth Shippen Green frequentò la Pennsylvania Academy of the Fine Arts, studiò insieme ai pittori Thomas Pollock Anshutz e Thomas Eakins e prima ancora di compiere 18 anni vide pubblicati i suoi disegni a penna e inchiostro. Nel giro di poco tempo arrivò a collaborare con numerose riviste, tra cui San Nicola, Home Companion donna e il Saturday Evening Post. Un tema ricorrente nelle rappresentazioni della Green è l’infanzia: i bambini sono seduti su grandi seggiole, portano nastri colorati tra i capelli e con aria assorta contemplano il mondo attraverso grandi manuali.

Arriva poi l’ora di andare a dormire e le pareti verdi si tingono di numerose varianti, ideate dalla flebile luce del lume e dalla luna. Piccoli quadratini si formano per terra, gli arabeschi della tappezzerie e i motivi floreali delle tende conferiscono un’aura di mistero, e la bambina sdraiata nel letto candido se n’è accorta. Ma ha troppo sonno per addentrarsi nella fitta rete con cui la notte si popola di simboli, così, con il volto poggiato sulla mani, s’addormenta e consegna i suoi dubbi all’inconscio.

Quando giunse al Drexel Institute, Elizabeth Green conobbe Jennie Augusta Brownscombe, Rose O’Neill, Violet Oakley e Jessie Willcox Smith. Con le ultime due andò poi a vivere al Red Rose Inn (le tre venivano chiamate “the Red Rose girls”). Violet Oakley fece clamore perchè fu la prima donna a ricevere una commissione per realizzare un murale (nel giro di pochi anni fu più apprezzata di moltissimi suoi colleghi maschi, vista la peculiarità nell’ideare vetrate colorate ispirate ai Preraffaelliti).

Indipendenti, le tre donne vivevano da sole, senza uomini vicino, e sapevano quel che volevano: logicamente fecero scalpore ma a loro non importava, tanto che continuarono a stare nella medesima casa anche dopo il trasferimento a Cogslea, in un quartiere di Philadephia.

The Red Rose Girls

Green pubblicò su The Ladies’ Home Journal, The Saturday Evening Post and Harper’s Magazine e fu la prima donna, insieme a Scovel Shinn, ad essere eletta Membro Associato della Società degli illustratori, un tempo riservata solo agli uomini. Sembrano attività quasi normali ma all’epoca erano irriverenti espressioni di superbia. Elizabeth Green non si fermò mai e in ogni suo disegno fece emergere senza censure l’incanto, con cui bambini e adulti, uomini e donne, sanno egualmente ancora stupirsi. E’ da lì, dall’incanto per le proprie qualità, che si iniziano a combattere le grandi battaglie, quelle che cambiano davvero il mondo, e pian piano lo consegnano a un nuovo ideale di donna, quello della “New Woman”.

Isabella Garanzini per MiFacciodiCultura

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