Magritte: paesaggi in una stanza e convivenza degli opposti

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Il pittore belga Renè Magritte era affascinato dalla dialettica hegeliana al punto tale da ritrasporla nelle sue opere. Interno ed esterno, entrata e uscita, il singolo e in contemporanea i molti sono per definizione agli antipodi eppure, nel paradosso, non possono che incontrarsi perpetuamente. Creano dinamiche e, come avviene nell’opera Le vacanze di Hegel (1958), convivono nello stesso quadro.

Renè Magritte, “Le vacanze di Hegel” (1958)

Ho pensato che Hegel sarebbe stato molto sensibile a questo oggetto che ha funzioni opposte: nello stesso tempo non volere acqua (respingerla) e volerne (contenerla). Sarebbe stato affascinato, penso, o divertito (come in vacanza) (René Magritte, riferendosi al quadro “Le Vacanze di Hegel”)

Gli opposti dialogano tra loro, nello stesso piano, nella stessa casa, nella stessa natura, anche nelle piazze metafisiche di Giorgio de Chirico popolate da manichini, così come nei deserti che evocano i remoti pellegrinaggi de L’Aleph e nelle camere di fanciulli pastellate di rosa. Ad esempio, in Interno metafisico col sole morente appaiono insieme il sole e la luna, il giallo radioso e il nero della notte, la natura e la congettura.

De Chirico, “Interno metafisico col sole morente” (1971)

In Elogio della dialettica (1937), Magritte riprende l’elemento dell’abitazione. Da una finestra s’intravede una seconda casa in scala ridotta (forse è delle bambole oppure non è che la raffigurazione che il proprietario ha della dimora in cui trascorre le ore della sua solitudine). Qualunque sia la spiegazione, si evince che il dentro e il fuori sono separati da una linea sottile, e si è continuamente spiati così come, da dentro, non si smette mai di guardare il mondo esterno.

Renè Magritte, “L’elogio della dialettica” (1937)

Magritte non si è mai interessato a identità singole, statiche. Le sue immagini incorporano un processo dialettico, basato sul paradosso, che corrisponde all’instabile, e quindi indefinibile, natura dell’universo. Tesi e antitesi sono scelte in modo da creare una sintesi che implichi una contraddizione e suggerisca attivamente la matrice paradossale da cui scaturisce ogni esperienza (Suzi Gablik, artista, autrice e critica d’arte)

Quasi 20 anni dopo L’elogio della dialettica, nel 1954 Magritte dipinse Le Grand Siècle. Un uomo, con la caratteristica bombetta e girato di spalle, contempla un paesaggio. Siamo all’aperto, il prato è verde e il cielo azzurro, eppure la libertà sembra strozzarsi nel momento in cui si percepisce che quello spazio altro non è che una scatola chiusa: le losanghe spartiscono le altezze come se si fosse prigionieri dentro una cupola bianca e l’orizzonte è ostacolato da una reggia che blocca il passaggio. La stessa convivenza dell’aperto col chiuso è confermata dal muretto che separa gli spettatori dal protagonista, che è assorto nella contemplazione ma di spalle, motivo per cui lo vediamo ma non sappiamo nulla di lui. Che volto ha? Cosa pensa veramente?

René Magritte, “Le Grand Siècle” (1954)

Nessuna associazione di cose rivela mai che cosa possa riunire tali cose diverse: nessuna cosa rivela mai che cosa può farla apparire allo spirito. La banalità comune a tutte le cose è il mistero (Renè Magritte)

Isabella Garanzini per ArtSpecialDay

 

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