L’anima di Constantin Brancusi e la confusione di Chaïm Soutine

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Erano tutti forestieri, i membri della Scuola di Parigi. Venivano da ogni parte del mondo e si ritrovavano nella Ville Lumiére poveri, residenti solitamente in Montmartre o Montparnasse. Tra loro spartivano la consapevolezza di non essere soli, nonostante gli stili, le tecniche e le personalità diverse. Nessuno di loro accettò mai di adeguarsi alle retoriche da Salon nè s’inserì pienamente in un gruppo d’Avanguardia. Quel che contava era rimanere liberi e originali in una città ebbra di vita.

Della Scuola di Parigi facevano parte Marc Chagall, il pittore che tra Vitebsk e Parigi tinteggiò volando una via di fiaba, Raoul Dufy, René Iché e, tra gli altri, Tsuguharu Foujita. Presso il celebre Chez Rosalie in rue di Campaigne Premiere s’incontravano sovente quel folle di Modì (o Maudit), ossia l’italiano Amedeo Modigliani, e il suo maestro Constantin Brancusi; qualche volta si univa ai due anche Chaime Soutine, l’irriverente ebreo “quasi espressionista”.

Constantin Brâncuși

Si occupava di realizzare e quasi toccare la linearità estrema delle cose, levigava gli strati fino a cancellare anche l’ombra di un’increspatura. Era così che mirava all’autenticità, identificata nella purezza quasi astratta delle Idee platoniche, e tutto voleva fuorchè fermarsi alle Cose, involucri d’apparenza e impacciata eleganza.

Il suo allievo Modigliani era riuscito ad avvicinarsi all’anima dipingendo le orbite a quegli occhi a mandorla azzurri, verdi o color del miele mentre Brancusi plasmò allo stremo il bronzo e la pietra, il marmo e il legno. Li rese irrimediabilmente lisci, quasi avesse ridato vita a una sintesi tattile originaria.  

Non è la forma esterna che è reale ma l’essenza delle cose. Partendo da questa verità è impossibile per chiunque esprimere qualcosa di reale imitando la superficie esteriore delle cose (Brancusi)

Constantin Brancusi, “La musa addormentata” (1910)

Brancusi aveva iniziato, molto giovane, a frequentare la Scuola d’Arte e mestieri di Craiova e l’Accademia di Belle Arti di Bucarest. A Parigi era giunto a piedi all’età di 28 anni, s’era ispirato alle sculture di Auguste Rodin e Medardo Rosso. Aveva pochi amici, tra cui Duchamp, Sati e Modigliani. Trascorreva il suo tempo chiuso nel suo studio, insieme ai cani, mentre fuori a Montparnasse infuriava l’eccitazione d’inizio siécle.

Constantin Brancusi

Espose le sue opere per la prima volta nel 1913 e tra il ’14 e il ’18 realizzò diverse sculture in legno. Negli anni successivi sbarcò in America per poi tornare in Romania, dove curò il progetto scultoreo per il giardino pubblico di Târgu Jiu. Andò poi in India, dove progettò un tempio della meditazione per il maragià di Indore. Il ritorno al primitivismo resta evidente in tutti suoi progetti, ed è esemplificativo in tal senso il celebre Maiastra, un grande uccello dotato di poteri magici, protagonista della favolistica rumena. Questo soggetto sintetizza la nascita, quegli istanti in cui la magia caratterizza la realtà e nessuna struttura pienamente consapevole s’è ancora insediata. Poche linearità chiare e un alone d’enigma: questo fu Constantin Brancusi.

L’uccello maestro è un simbolo del volo che libera l’uomo dai limiti della materia inerte. Qui ho dovuto affrontare due grossi problemi: ho dovuto tradurre in forma plastica il significato dello spirito, che è legato alla materia, e allo stesso tempo ho dovuto fondere tutte le forme in una perfetta unità. Anche le forme contraddittorie dovevano unirsi in una nuova, ultima comunione, nella mia filosofia di vita. L’anima e l’argilla formano un’unità (Brancusi)

Constantin Brancusi, “Maiastra” (1912-15)
Brancusi, giardino pubblico di Târgu Jiu in Romania

Chaïm Soutine

Quale animo si celava dietro quell’apparente figura infantile, timidissima e infelice, che Modigliani ritrasse a tinte ocra, fatta eccezione per il rosso vivo delle labbra, il naso importante e gli occhi assorti in chissà quale mondo, traditi dal fastidio di un rivolo corvino che li riporta al presente?

Amedeo Modigliani, “Chaim Soutine” (1916)

Soutine era giunto a Parigi nel 1913, un anno prima di Brancusi, insieme ai pittori Pinchus Kremegne e Michel Kikoine. Un po’ come Pissarro, aveva viaggiato per racimolare qualche soldo e infine aveva trovato nella Ville Lumiére amicizie importanti, da Fernand Léger a Modigliani. S’era ispirato a Velázquez, Rembrandt, Courbet e Bonnard ed era estasiato dalle urla silenti di Munch, dalle contorsioni delle donne poliedricamente espressioniste di Schiele, dagli azzurri siderali di Kokoschka. Ovviamente, non in ultimo, aveva spiato Emil Nolde e l’Espressionismo.

Chaim Soutine, “Donna a braccia incrociate” (1929)

Fatta eccezione per il primo interesse rivolto al Cubismo, Soutine andò realizzando uno stile personale in cui l’evidenza del disequilibro rimane la costante. Donne e compagni si risvegliano e nel torpore del dormiveglia trasmigrano con le loro ombre in fantasmagoriche caricature. Sono quasi visioni notturne, il cervello non è ancora funzionante e il sogno con la sua vertigine prevale sulla vittoria della rêverie. Compaiono rossi lancinanti di chi cerca di trovare equilibrio per scendere dalla Scalinata rossa, mentre il blu si fa nauseabondo su Cagnes sur mer e sta per abbattere la sua tempesta sui campi, che quasi vengono aggrediti da schegge ghiacciate, come accade negli ultimi quadri di Van Gogh. Poi, di colpo, le donne e i compagni si destano per davvero, osservano i Gladioli, quei nobili e profumati simulacri di certezze. S’acquietano, la visione simil espressionista è finita, il caos ha abbandonato “la realtà” ed è momentaneamente rincasato nell’inconscio .

Chaim Soutine, “Gladioli” (1919)
Chaim Soutine, “La scalinata rossa” (1918)

I had nothing to offer anybody except my own confusion (Jack Kerouac)

Forse Soutine si sarebbe ritrovato nella frase di Jack Kerouac: c’era confusione nei suoi quadri (ne distrusse molti perchè insoddisfatto), negli spazi (quasi lo arrestarono perchè aveva tenuto una carcassa di bue in casa per giorni), nelle origini (era ebreo e, a differenza di Chagall, odiava parlare della sua famiglia). Infine, fu in preda a quella convulsa confusione che scappò da Parigi per via delle persecuzioni naziste, e con questa come compagna vagabondò nei boschi per mesi. Finchè un giorno, per il freddo accumulato, s’ammalò, e dovette ritornare per forza a Parigi. Sarà qui che morirà nel 1943, portandosi dietro i suoni tristi, convulsi e veri, quelli che animano le menti degli uomini durante la guerra. La sua arte indipendente simil-espressionista influenzerà molti artisti, tra cui Willem de Kooning e Francis Bacon.

Isabella Garanzini per ArtSpecialDay

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