Modigliani, “il principe di Gerusalemme” dalla sensualità atemporale

“Il futuro dell'arte si trova nel viso di una donna. Picasso, come si fa l'amore con un cubo?”

2 910

Amedeo Modigliani, il maestro dei volti d’Africa e dei corpi eleganti come sfingi, in vita sua non espose mai i suoi quadri al grande pubblico. Ci andò vicino nel 1917, quando agli abitanti di Parigi comparve tra le mani questo invito:

Domenica, al numero 50 di rue Taitbout, si appendono i quadri e lunedì 3 dicembre vernissage, nudi sontuosi, figure angolose e deliziosi ritratti

Nemmeno il tempo di inaugurare la mostra che dal commissariato di polizia, letteralmente situato nella via di fronte, arrivò il commissario Rousselot, il quale intimò a Modigliani di chiudere ora quel circo di oscenità.

“Ah sì? E perchè mai?” intervenne Berthe Weill, curatrice della mostra nonchè gallerista di Picasso.

Rousselot urlò talmente forte che si dice l’abbiano sentito fino a La Courneuve:

Vi ordino di far sparire immediatamente tutte queste porcherie! E poi quei nudi! Quei nudi hanno i peli!

Amedeo Modigliani, “Nu couché” (1917)

Forse Nu couchè se la rise mentre veniva schiodata dal muro, perchè conosceva bene il suo valore (e a ragione, visto che oggi è la decima opera più cara al mondo). Modì uscì invece da quel locale infuriato e sconvolto. Decise di andarsene al Chez Rosalie a scolarsi dell’assenzio. Calato il primo sorso, chiuse gli occhi e iniziò a ripensare a quel folle vortice che l’aveva condotto fin lì.

Amedeo Modigliani, “Autoritratto” (1919)

Incredibile a dirsi ma la polizia aveva fatto irruzione nella sua vita fin dagli esordi, quando un gendarme era entrato in casa proprio mentre la madre stava partorendo. Voleva requisire alcuni beni di famiglia ma il padre l’aveva impedito semplicemente mettendo gli averi sul letto della moglie e, così facendo, com’era usanza dell’epoca, gli aveva vietato di portarseli via. Fortunatamente, una volta abbandonata Livorno, Modigliani si era lasciato alle spalle quell’aneddoto scabroso, oltre alla febbre tifoide che l’aveva aggredito da piccolo, penetrandogli nelle ossa con linee dissacranti la fantasia. Andandosene dalla città dei Macchiaioli aveva iniziato a farsi chiamare Modì, sia dal suo maestro Guglielmo Micheli, allievo di Giovanni Fattori, e poi anche all’Accademia di Firenze e a Venezia. Lì, pensò, tra la Scuola libera di nudo e le opere di Paul Gauguin, che coi gialli e i verdi colorava visi, popoli e paesaggi, si era chiesto per la prima volta Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Modigliani insieme agli amici, tra cui Maurice Utrillo

Poi, allo scoccare dei 22 anni, era arrivato a Parigi, fervente di vita nelle insurrezioni pittoresche tra i vicoli di Montmartre e Montparnasse, abitate dal ricordo fulmineo dei rossi proibiti di Toulouse-Lautrec oltre che dalle personalità di Utrillo, Kisling, Diego Rivera e dai maestri del Simbolismo, Klimt e Munch. Che bacio al mondo, Parigi, e quanti sogni ubriachi fradici tra una taverna e le infinite braccia di donne diverse!

Amedeo Modigliani, “Nudo disteso” (1917)

Modì si fermo, respirò e ordinò un altro bicchiere di assenzio, l’antidoto azzurro che aveva alleviato persino i tormenti di Verlaine.

Con un occhio cerca nel mondo esterno, mentre con l’altro cerchi dentro di te (Amedeo Modigliani)

Nel 1909 era arrivato lo scultore rumeno Constantin Brâncuși e l’aveva introdotto alla scultura. All’epoca stava ancora bene e la tubercolosi non era invalidante come adesso. Ripensò con fierezza alle irregolarità spigolose di quelle donne dai colli esili, ispirati alla pittura gotica toscana (Simone Martini) e alla ritrattistica di Lippi e Botticelli osservata a Firenze. Si era divertito molto a incidere quei volti nella pietra calcarea, creando fisionomie solenni e atemporali attorno alla linea lancinante del naso. Gli occhi e la bocca, ai due lati, contemplavano estasiati e irriverenti, senza profondità.

Modigliani, “Tela sormontata da un elemento di architettura” (1911-12)

Era poi toccato al ciclo dei nudi, tra il 1916 e il 1917. Ormai non gli interessavano più soggetti quali l’amico Leopold Zvorowskij, voleva andare oltre, penetrando nelle carni e nei volti severi degli angeli che ritraeva. E poi, si disse per l’ennesima volta, voleva proprio capire una cosa: ogni volta tratteggiava rapidamente, anche già in una seduta o due, le nobili linee nere di contorno che condensavano il pulsare caldo dei corpi erotici, distesi eccitati su teli egiziani blu e cuscini damascati, poi risaliva le mani serrate in grembo, slacciava mentalmente il colletto bianco trattenuto da un bianco cammeo, spiava i seni turgidi della modella e poi…e poi arrivava il volto. Dietro le chiome fulve e la frangette nere c’erano quei dannati occhi a mandorla che non si facevano baciare, non c’era mai pupilla oltre gli spruzzi di azzurro, verde o del color del miele. Le pupille gli erano sempre inaccessibili, per quale motivo? Forse perchè oltre l’estetica di perturbante bellezza non riusciva a scorgere l’anima di nessuna? Eppure a quella di Jeanne Hébuterne s’era avvicinato un po’ di più. Giurò a se stesso che sarebbe corso da lei e l’avrebbe dipinta partendo dai suoi occhi azzurri, cioè dalla sua anima.

La felicità è un angelo dal volto serio (Amedeo Modigliani)

Dedo lasciò quattro soldi sul tavolo e uscì dal locale, deciso ad andare a casa da Jeanne e dalla figlia. Mentre barcollava verso rue di Campaigne Premiere, la squinternata via ebbra in cui soggiornavano anche Kandinskij e Mirò, vide in una luminosa vetrina un abito blu e pensò che l’avrebbe rubato per Jeanne. Poi realizzò che sarebbe stato l’ennesimo gesto irriverente nei confronti di una donna che sinceramente gli aveva dato tutto: la carriera (s’era ritirata dall’Accademia per essere soltanto la sua musa) e che per lui aveva sacrificato persino l’affetto della famiglia, finendo per essere ripudiata. No, stasera no, si disse, quella giornata scalfita nuovamente dai gendarmi con le loro morali nere e tetre non poteva essere costellata dall’ennesima menzogna: sarebbe andato da Jeanne e avrebbe chiesto a quel volto malinconico di sposarlo, dopo anni a nascondersi.

Jeanne Hébuterne dipinta da Amedeo Modigliani

Purtroppo questa storia finì poco tempo dopo, perchè la meningite tubercolare, aggravata da alcool e droghe, costrinse Modigliani al delirio. Trascorse a letto, circondato da scatole di sardine vecchie di giorni e con Jeanne al nono mese di gravidanza, gli ultimi giorni della sua vita, per poi spegnersi all’ospedale Charitè il 24 gennaio 1920. Aveva 36 anni. Jeanne, sconvolta, non riuscì ad accettare che il suo maestro di vita, d’amore, l’oggetto di devozione enigmatica ed esistenziale, l’avesse abbandonata per sempre. Il giorno seguente si gettò dal quinto piano, e con lei volò in cielo anche la piccola che portava in grembo. Solo nel 1930, quando i genitori di lei smisero di temere lo scandalo più dell’affetto, il corpo di Jeanne fu portato a Père-Lachaise, dove oggi riposa accanto al suo “principe di Gerusalemme”.

La figlia Jeanne, nel 1968, scrisse il libro Modigliani senza leggenda dove raccontò la verità sul genio italiano del ‘900, tra cronaca e intimità di quei cappuccini schiumosi poggiati sul tavolo nero e lucido, dove il padre dipingeva le donne dei suoi sogni con le loro anime d’oro inarrivabili. Ma il commento più emblematico- e ironico- rimane quello dell’amico di Modigliani, André Warnod. Il quale su Le Figaro scrisse:

Furono magnifiche esequie, a cui presenziarono Montparnasse e Montmartre: pittori, scultori, poeti e modelli. Il loro straordinario corteo scortava il carro funebre coperto di fiori. Al suo passaggio, a tutti gli incroci, gli agenti della polizia si mettevano sull’attenti e facevano il saluto militare. Modigliani salutato proprio da coloro che l’avevano tanto spesso ingiuriato! Che rivincita!

Isabella Garanzini per ArtSpecialDay

2 Commenti
  1. Paolo dice

    Complimenti, un bellissimo articolo per un grande artista: Amedeo Modigliani!

    1. Isabella Garanzini dice

      Grazie mille Paolo!

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.