Violini e guanti neri: il salone onirico di Chagall raccontato da Baudelaire

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A Chagall non interessavano le distanze, visto che i tragitti tra Parigi e Vitebsk li compiva in volo. Le emozioni che viveva durante il viaggio trasmigravano direttamente nelle tele, che andarono pian piano costituendo un salone onirico tipicamente suo. Ma quali sono gli elementi ricorrenti del pittore degli animali alati, nei ventri e nelle ali, e dei valzer notturni scanditi dalla pendola che coi suoi tic-tac dà un senso all’apparente esistenza brumosa?

Chagall, “La pendolo dall’ala blu”, dettaglio (1949)

Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo 

bisbiglia: Ricordati! – Rapido con la sua voce

d’insetto, l’Adesso dice: Io sono l’Allora,

e la tua vita ho succhiato con la proboscide immonda!

(Baudelaire, “L’orologio”, Les fleurs du mal)

  • Violinista

E’ il simbolo del mondo ebraico. A Vitebsk c’era un violinista, due parenti di Chagall suonavano e musicista era anche il protagonista di numerose parabole religiose. Il violinista verde (1923), del colore della malinconia, con gli occhi e il corpo è devotamente assorto nelle sue liriche tormentate. Dietro di lui, un uomo è in volo e un ragazzo a terra saltella perchè vorrebbe anch’egli librarsi nelle nebbie soffici che si ergono sopra il villaggio di cartapesta. Suonano violini bianchi sullo sfondo de Le nozze mentre in La fidanzata dal volto blu (iniziata a dipingere nel 1932 e terminata dopo la morte di Bella Rosenfeld) un omino elegantemente vestito di rosso volteggia sopra la coppia, irradiando sinfonie col suo strumento blu.

Ogni fiore evapora come un incensiere;

freme il violino come un cuor che s’affligga;

malinconico valzer e languorosa vertigine!

Il cielo è triste e bello come un gran padiglione 

(Baudelaire, “Armonia della sera”- Les fleurs du mal)

Chagall, “Il violinista verde” (1923)
Chagall, “La fidanzata dal volto blu” (1932-1960), l’omino rosso sopra la coppia suona il violino
  • Amanti

Chagall era vanitoso e trascorreva diverse ore guardandosi allo specchio. Amava contemplarsi, riconoscersi, studiarsi, tanto che nella sua biografia, tradotta in francese da Bella, dichiarò di disegnare nudo, spesso utilizzando trucchi per occhi, guance e labbra. Era così che amava presentarsi nei voli pindarici dove si dava appuntamento con la sua dame (Bella, che permarrà nelle tele oltre la sua morte nel ’44, e poi la rossa Vavà, che lo accompagnerà negli ultimi anni). Difficilmente nelle opere di Chagall non compaiono due innamorati, che solcano i cieli e s’abbracciano dolcemente.

Chagall, “Gli innamorati in verde” (1914-15)
Chagall, “Sulla città” (1918)
  • Donna in bianco

Bella e Vavà si spostavano ovunque nel mondo di Chagall, vorticando nelle sue proiezioni colorate. Nel 1945, trascorso un anno dalla morte della moglie, Chagall riprese in mano le tele e scompose una vecchia opera, Gli Arlecchini, in due minori: Le luci del matrimonio e Attorno a lei, dedicate a Bella. Tra il sole che si sveglia ad ovest e il ceruleo azzurro che ha appena tappezzato la piccola, onirica Vitebsk, circondati da capre con un calice rosso, sotto gli occhi di galli attenti, violinisti e saltimbanchi alati come angeli e il rullo tamburi, una coppia di sposi incede. Lei, in abito bianco, tiene un mazzo di fiori verde come il suo Chagall, che l’accompagna nella notte illuminata, quasi evaporando via sotto il baldacchino e il candelabro appesi alla volta celeste. E’ il candido, eterno sospiro della purezza che rimanda agli inizi, a incipit senza fine.

Chagall, “La donna in bianco” (1945)
  • Guanto nero

Chagall iniziò a dipingere Il guanto nero nel ’23 ma terminò l’opera solo nel ’48. Emerge una serie concatenata di immagini interiori: la scomparsa di Bella, la consapevolezza della sua perdita e la certezza che lei vivrà per sempre vicino a lui. Oltre il tempo (orologio sulla destra), oltre i canti allegri di ieri (gallo alato rosso vicino a Chagall, simbolo della Resurrezione), sopra Vitebsk coi suoi tetti blu nella neve, oltre Parigi con i suoi colori vispi (tela in basso a destra). Il guanto nero rimanda a Bella che chiude il suo libro (Come fiamma che brucia) mentre la sua anima vola via, superando l’omino in basso a sinistra che le porge per l’ultima volta dei fiori e dicendo addio al suo Chagall, che la cinge per serbarla per sempre nella sua memoria, al riparo dalle assenti ore a venire.

Così la tua anima incendiata 

dal lampo ardente delle voluttà

si slancia, rapida e ardita,

verso i vasti cieli incantati.

Poi si spande, morente, 

in un’onda di triste languore,

che per una china invisibile 

scende fino in fondo al mio cuore

(Baudelaire, “Lo zampillo”- Les fleurs du mal)

Chagall, “Il guanto nero” (1923-48)
Chagall, “Bella con i guanti neri”, dettaglio (1917-20)
  • Animali alati

Capre, cavalli, vacche, galli, cani e gatti avevano fatto compagnia a Chagall durante l’infanzia e lui li ritraspose in quasi tutte le sue opere. A Parigi, quando andò a vivere nel piccolo, umido atelier per squattrinati denominato La Ruche (nido d’api), sentiva all’alba i lamenti degli animali che venivano uccisi al mattatoio di Vaugirard. Per permettergli di vivere oltre quegli atroci suoni e i colpi definitivi, Chagall concesse a tutti loro di divenire il simbolo della Resurrezione: eccoli allora librarsi sopra campagne blu e città irradiate d’arancio, farsi compagnia osservando innamorati sorridenti e portare conforto agli uomini durante le guerre, annullatrici della sacrale dolcezza del creato.

Tu, piccola mucca, nuda e crocefissa, tu sogni in Paradiso. Il coltello lampeggiante ti ha fatto salire in cielo (Chagall)

Chagall, “Autoritratto con sette dita” (1913)
Chagall, dettaglio tratto da “Le favole” di La Fontaine
  • Bouquet

Compare ovunque, come gli animali: negli schizzi della Ville Lumière come nella quiete di Vitebsk in cui Chagall si ritirò insieme a Bella. Rappresenta un’esplosione di speranza, tanto che spesso i fiori sono contornati da un alone giallo che richiama la magia, quella che nonostante tutto non abbandona mai il cuore degli uomini. Persino in La Bastiglia, insieme ai due amanti nudi in rosso (lei è Vavà) che fluttuano attorno all’alto obelisco al centro della piazza, i fiori esplodono nel vermiglio di confusione.

Chagall, “Bouquet près de la fenêtre” (1959-60)
Chagall, “La Bastiglia” (1953)
  • Doppio volto

Giano Bifronte era un misterioso dio romano con due volti, padre dell’inverno. Secondo la simbologia, rimanda al costante rapporto tra gli opposti, e in Chagall l’eterno ritorno dell’uguale si personifica in Sposa dai due volti (1927), evocante la dea dell’abbondanza Cerere. E’ contemplata nella sua opulenza dai cavallini bianchi, dalla piccola capretta vicina ai suonatori e dall’infinitesimale controfigura di donna in basso a destra. Il doppio volto appare anche in Autoritratto, con la donna amata che vola sulla notte cyan di Parigi, legata per tre quarti alla testa del pittore assorto nei suoi pensieri, e in Al crepuscolo. Il titolo originale (Entre chien et loup) evoca quello specifico istante che separa il sole calante e la luna nascente nei cieli neri, quando “non si distingue un cane da un lupo”. In quell’attimo, due amanti (della donna si vede solo il viso) si baciano formando un unico volto. Ad osservarli, felici, ci sono un gallo col suo bambino in braccio e un lampione antropomorfo che cammina silenziosamente per la città imbiancata.

Vedrò le Primavere, le estati, gli autunni;

e quando verrà l’inverno dalle nevi monotone

chiuderò dappertutto usci e imposte

per erigere nella notte i miei fiabeschi palazzi

(Baudelaire,”Paesaggio”- Les fleurs du mal)

Chagall, “La sposa dai due volti” (1927)
Chagall, “Al crepuscolo” (1938-43)

Isabella Garanzini per ArtSpecialDay

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