Camille Pissarro: l’artista “indipendente” che spiò le ombre di Parigi

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Camille Pissarro fu a tutti gli effetti “un uomo della sua epoca”, per citare Charles Baudelaire, e aderì appieno a quel rivoluzionario turbinio vivace di luci, personalità ed eventi che animò l’ultimo periodo del 1800. Il suo peculiare modo di stendere le tinte con rapidi tocchi impressionò Vincent Van Gogh quando giunse a Parigi nel 1886, e i suoi colori chiari ritraenti paesaggi, città e sottili pensieri attraverso i volti ispirarono l’amico Paul Cézanne e i giovani Neoimpressionisti Seurat e Signac, che arriveranno a chiamarlo “Pére Pissarro” (papà Pissarro).

Camille Pissarro, “Ritratto di Felix” (1881)

Camille Pissarro (1830-1903) nacque a St. Thomas, nelle isole Antille, e sviluppò fin da piccolo la passione per il disegno. Sostenuto dall’amico pittore danese Fritz Melbye, nonostante il padre gli avesse imposto di diventare merciaio, Pissarro scelse di continuare per la sua strada. Andò in Venezuela dove disegnò per racimolare soldi e, infine, nel 1855 giunse a Parigi. Qui frequentò l’Ecole des Beaux-Ars ma restò soprattutto affascinato dalle opere perturbatrici di Courbet, Millet, Corot e Daubigny e divenne amico di Guillaumin, Cèzanne e Monet, il padre dei salti di luce e delle sfumature di viola.

Deriviamo tutti da Pissarro! (Paul Cézanne)

1863-1874: Salon des Refusés e nascita dell’Impressionismo

Nel 1863, l’imperatore Napoleone III concesse ad alcuni artisti di creare un vero e proprio Salon, diverso da quello ufficiale: il Salon des Refusés. In un’altra ala del Palazzo dell’Industria, Whistler espose Sinfonia in bianco, Manet Colazione sull’erba e, insieme a tanti altri, anche Pissarro diede il suo contributo, non venendo risparmiato dalla cascata di critiche. Ma questo non fermò gli Impressionisti, che dal 1874 divennero un vero e proprio movimento, ufficializzato dalla prima mostra. Pissarro sarà l’unico artista a partecipare a tutte le otto esibizioni, fino all’ultima nel 1886, quando ormai c’era troppa discordia tra i membri, che propendevano verso stili assai diversi tra loro.

Camille Pissarro, “Autoritratto” (1873)

Pissarro si assentò da Parigi per via della guerra franco-prussiana e quando vi fece ritorno, nel 1871, subì uno shock: quasi tutte le sue opere (più di 1500!) erano andate distrutte. Ciò nonostante, l’artista non si arrese. Sposò l’amata Julie Vellay, che gli darà sette figli, e riprese a dipingere. non fermandosi nemmeno quando la vista peggiorò e la fotosensibilità divenne una compagna quotidiana inficiante. Esattamente come Monet, anche Pissarro s’afferrò alla bellezza del mondo esterno e fu proprio questa che gli permise di superare, per quanto possibile, il vincolo fisico. Dai vetri di casa, come testimoniarono i vicini, continuò a spiare le luci di Parigi e le ombre dei cieli innevati.

  • Le luci della città

Ogni centro urbano ha una sua anima dinamica ma nessuno eguaglierà mai Parigi sul finire del XIX secolo. Defluirono lì personalità diverse, in grado di regalare fermento alle mezzanotti e vivacizzare le conversazioni riguardanti il tempo, i tetti e i postriboli. Van Gogh, che fugacemente soggiornò a Parigi, ritrasse Montmartre, mentre Toulouse-Lautrec per tutta la vita imporporò coi suoi rossi le anime seminude nelle notti proibite; Caillebotte dipinse la pioggia e Monet l’andirivieni della confusione. Pissarro, dall’alto del suo atelier, scattò un’istantanea naturalistica alle carrozze, agli omini incappellati e alle donne coi loro lunghi abiti e adornate da  ombrellini. Poi, volgendo uno sguardo al cielo, disegnò i riverberi rosati che cedevano il passo alla notte sul Pont Neuf, mentre le luci dei lampioni correvano a rifugiarsi dentro un bar. Sopra, il comignolo sputacchiava nell’aria della Ville Lumiére un alone di fumo bianco.

Camille Pissarro, “Boulevard Montmartre di notte” (1897)
  • Le ombre della neve

Il gruppo degli Impressionisti si divise sul modo di raffigurare le luci e i chiaroscuri. Monet optò per gli intermezzi vaporosi tendenti al lilla, Manet passò bruscamente dai chiari agli scuri mentre Pissarro scelse di presentare le ombre come proiezioni dei soggetti. In Gelata bianca, la neve sparpagliata nel campo arato con gli alberi spogli e i covoni ritrae en plein air la Natura che, realisticamente. accoglie i riflessi delle stagioni in cambiamento perpetuo e le ombre degli uomini erranti per le sue vie solitarie.

Camille Pissarro, “Gelata bianca” (1873)

Isabella Garanzini per ArtSpecialDay

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