I 97 anni di Marc Chagall, un fil rouge di emozioni tra Vitebsk e Parigi

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Lo stile di Marc Chagall non è assimilabile ad alcuna corrente: fu attratto dai Surrealisti ma non ne firmò il Manifesto, s’avvicinò a Picasso ma gli preferì il Cubismo orfico di Delaunay, ammirò i rossi di Vlaminck e Matisse ma li restituì in forme nuove. Nei suoi 97 anni, il pittore di Vitebsk apprese da tutti ma non si limitò mai ad essere come gli altri. I suoi verdi, i rossi e i bianchi, i mazzi di fiori così come gli uccelli e i galli alati compongono un salone onirico che parlerà sempre e solo di lui e della sua storia.

Marc Chagall nel suo studio

1887-1914 La strada per Parigi

Chagall trascorse l’infanzia a Vitebsk coi suoi 8 fratelli, circondato dai precetti della fede ebraica hassidica. Si mosse tra la sinagoga e la scuola e, immerso nel mondo circoscritto dello shtetl, iniziò a spiare dalla finestra quel che vedeva e a ritrarre, come Toulouse-Lautrec a Céleyran, la natura, i tetti e gli animali. A scuola balbettava e, fatta eccezione per disegno e geometria, andava piuttosto male e fu bocciato. A casa i soldi scarseggiavano ed è per questo che il padre gli chiese di non intraprendere la precaria carriera di pittore (utilizzerà alcune tele del figlio per tappare i buchi nel granaio), suggerendogli invece quella di commesso nel negozio di aringhe. Ma Marc era determinato e, con la sola approvazione della madre, andò a Pietroburgo e poi a Parigi. Qui, nel piccolo, freddo e umido atelier denominato La Ruche (“casa delle api”) a Montparnasse, dipinse su tovaglie, lenzuola e camicie rotte perchè non poteva permettersi le tele. Nudo, visto che

In genere non tollero i vestiti, non ci tengo a vestirmi e mi vesto senza nessun gusto 

Chagall presso l’atelier La Ruche (“casa delle api”) a Montparnasse

Nonostante i solleciti degli amici Cendrars e Apolinnaire (soprannominato “gentile Zeus”), Chagall usciva poco e trascorreva il tempo a dipingere i rossi della Ville Lumiére: La modella indossa un abito che rimarrà candido ancora per poco perchè i rigagnoli vermigli che hanno occupato la sedia e il pianoforte (già caro a Van Gogh con Marguerite Gachet) stanno per rapire anche lei. Ai colori caldi s’accostarono anche il blu e le tinte della notte (gialli, bianchi, neri e verdi lunari) evocanti la nostalgia di Vitebsk (Il villaggio russo visto dalla luna) e di Bella Rosenfeld, che Chagall aveva incontrato nel 1909 a casa dell’amica Thea Brachman.

Il silenzio di Bella è il mio. I suoi occhi sono i miei. E’ come se lei mi conoscesse da sempre, come se sapesse tutto della mia infanzia, del mio presente, del mio avvenire. Sentii che era lei la mia donna 

1914-1923 Vitebsk e le tinte quiete

Nel 1914 Chagall tornò a Vitebsk, convinto di rimanerci 3 mesi. Per via dello scoppio della guerra gli fu impedito di tornare a Parigi e dalla Russia osservò, impotente, due episodi:

  1. il custode del suo atelier presso La Ruche utilizzò alcuni dei suoi quadri per tappare i buchi da cui defluiva l’acqua
  2. perse tutti i dipinti che aveva presentato alla mostra personale nella galleria Der Sturm a Berlino

Per riportare una parvenza di ordine a quei folli mesi, Chagall sposò Bella e fuggì “insieme a lei nei campi, per baciarla e scoppiare a ridere”. Dipinse i tetti blu di Vitebsk e quelli rosa come zucchero filato (L’ebreo in rosa), spiò da dietro una persiana rossa gli alberi rigogliosi (Dietro la casa) e la delicatezza di Bella e della figlia Ida alla finestra. Contemplò come un Poeta sdraiato il manto algido del cielo con le sue nebbie rarefatte sopra La farmacia e gli amanti sorridenti durante la loro Passeggiata. Ma mentre catturava il dolce sapore delle Fragole, la sinfonia triste del Violinista verde stonòVitebsk non bastava più a Chagall, e la piccola figura al bordo dello Specchio schizzato di viola sognava un onirico di movimenti nel mondo.

1923-1944 “Le favole” e la guerra

Dopo essere tornato a Parigi nel 1923, Chagall girò l’Europa ed espose negli Stati Uniti. Vollard gli commissionò l’incisione de Le Favole di La Fontaine, Il Circo (Cirque Vollard) e le acqueforti per la Bibbia. Tendenze zoomorfe emersero nella peculiarità con cui l’artista curò i dettagli, mai uguali tra loro, e il mondo fantastico così come quello ebraico esplosero in canti e danze, evocanti l’onirico. 

Marc Chagall, “La guerra” (1943)

Ma lo scenario s’incupì nel 1933: nell’anno in cui Hitler divenne cancelliere del Reich, Goebbels diede alle fiamme alcune opere di Chagall. La guerra stravolse ogni angolo del conosciuto e la Shoah (ritratta, tra gli altri, in La guerra, Al crepuscolo, Il matrimonio e nel minaccioso Occhio verde) ferì le tele con emozioni violente e imperdonabili. Poi, nel 1944, il secondo grande buio: Bella morì per un’infezione virale.

Le cose comuni, le persone, i paesaggi, le feste ebraiche, i fiori: questo era il suo mondo, questi erano i suoi soggetti. Poi a un tratto, un rombo di tuono, le nuvole si aprirono alle sei di sera del 2 settembre 1944, quando Bella lasciò questo mondo. Tutto è divenuto tenebre. 

Marc Chagall, “Le luci del matrimonio” (1945)

1944-1985 Notre Dame e Vitebsk nello stesso quadro

Per diversi mesi dalla morte di Bella, Chagall non toccò più i colori. Negli anni successivi si recherà alla Biennale di Venezia, decorerà il soffitto dell’Opéra di Parigi e inaugurerà il Musèe National Message Biblique Marc Chagall a Nizza, con un auditorium per la musica decorato da vetrate raffiguranti la creazione del mondo e un giardino di fronte al mosaico con Ezechiele che trionfalmente ascende al cielo. Mai come nell’ultimo periodo, nelle opere comparvero stabilmente insieme Vitebsk e Parigi, parti inscindibili del medesimo universo popolato da ricordi, spiriti ed emozioni senza tempo.

Opéra Garnier, 1964

Quando il 28 marzo 1985 il pittore di Vitebsk lasciò questo mondo, suonò Il flauto magico e dietro di lui seguirono le policrome figure emozionali che per tutta la vita l’avevano accompagnato, di sorpresa in sorpresa: i sofferti violinisti ebrei, gli animali spiati dai tetti, Bella col suo guanto nero vestita in abito da sposa veleggiante al fianco dell’Autoritratto verde in volto. “Lo scultore, quel matto, il re” disse addio alla realtà abbracciando le due rive con cui la Senna separa Parigi e si diresse pian piano verso il cielo; superò Le porte del cimitero della piccola Vitebsk e s’aggrovigliò in un vortice blu, spirituale e sprizzato di notturni gialli. Poi si voltò e, accompagnato da un gallo alato rosso come l’amore, salutò ogni piccola emozione che l’aveva condotto fin lì. E dopo sparì, lasciandosi dietro un salone onirico portavoce di bellezze immortali.

Isabella Garanzini per ArtSpecialDay

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