Non è la fragilità che uccide, ma l’indifferenza: torniamo a guardarci

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«Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi;
è l’indifferenza dei buoni.»

Viviamo nel tempo della perenne connessione, viviamo nel boom digitale, viviamo a portata di click eppure siamo sempre più distanti. Ci vediamo forse, ma non ci guardiamo. Badiamo bene a tenere la sofferenza altrui fuori dalla nostra portata, fuori dalla nostra vista, lontana dalle nostre case. Perché stare male anche noi? E allora davanti le difficoltà degli altri facciamo spallucce e andiamo via, pensando che in fondo ognuno è padrone di se stesso, che non è vero che non ci si salva da soli. Ci si deve salvare da soli, ci diciamo mentre chiudiamo la porta del cuore a chi abbiamo intorno.

Forse l’indifferenza è il vero male del nostro tempo, della nostra umanità.

Lo psicoanalista Sigmund Freud sosteneva che l’atteggiamento di indifferenza verso il mondo esterno e gli altri che lo abitano, è un prodotto del narcisismo primario, una fase fondamentale, funzionale, alla formazione dell’Io, che solo se non superato, sfocia in una patologia. Secondo il pensiero freudiano, in questa prima fase funzionale e necessaria, l’interesse dell’Io non risiede nel mondo esterno, ma nell’Io stesso. L’indifferenza che affligge il mondo tutto, non è di certo questa indifferenza primaria legata allo sviluppo e alla formazione dell’Io, ma è un’indifferenza legata alla volontà di non sentire e non riconoscere l’alter.

Per riprendere il pensiero di Freud legato al narcisismo, non è un caso che proprio il narcisismo sembra essere la malattia del secolo. Assistiamo sempre di più ad una chiusura intersoggettiva che non riesce a includere l’altro se non nella misura dell’utilità. In questo senso, riconosco l’altro solo perché riconosco un mio bisogno, ma in questo caso si può davvero parlare di riconoscere l’alterità? Si può davvero parlare di riconoscere l’’altro da me? Nella misura in cui ci si muove solo per un fine egoistico, l’altro viene meno e prevale l’Io, o per utilizzare il linguaggio del filosofo Emmanuel Lévinas, prevale il pensiero della totalità. L’altro diventa lo specchio di me stesso e quando l’immagine che vedo proiettata in lui non mi soddisfa più, guardo oltre.

Indifferenza: ecco cosa attraversa il mondo contemporaneo. Una completa indifferenza per ciò che accade lontano da noi, ma anche per ciò che accade accanto a noi. Risvegliamo la nostra attenzione solo ed esclusivamente quando qualcosa ci tange in prima persona. In quel momento ci guardiamo attorno. Osserviamo così il deserto che ci siamo creati consapevolmente, anche se non siamo in grado di riconoscere che la causa risiede proprio in noi e nella mancanza di empatia che ci caratterizza.

Vogliamo aiuto, ma non vogliamo aiutare. Vogliamo empatia, ma non siamo empatici. Vogliamo compassione, ma non siamo compassionevoli. Vogliamo che gli altri ci siano per noi, ma noi non ci siamo per gli altri. Vogliamo che gli altri ci riconoscano come essenza e non apparenza, ma noi giudichiamo dal colore della pelle. Vogliamo che gli altri ci guardino, ma noi ci comportiamo come se esistessimo solo noi.

Essere indifferenti equivale infatti a non guardare, a non vedere l’altro da me, a non riconoscerlo, a vivere come se non esistesse. L’indifferenza è una forma di violenza, perché ferisce il cuore, l’anima e l’essenza. Quando sentiamo che su di noi ci si poggia l’indifferenza, ci sentiamo svuotati di ogni valore, privati di ogni essenza. Se non è l’altro a riconoscere il mio valore, chi può farlo?

L’indifferenza, come poi ogni emozione e azione, porta con sé, come effetto domino, delle conseguenze. Quali? Altra indifferenza e ci troviamo così ad essere sempre più connessi, ma sempre più indifferenti. Svuotati di ogni significato, ci guardiamo negli occhi e non ci riconosciamo. Che umanità lasceremo alle generazioni future? Che insegnamenti daremo della civiltà ai nostri figli? A chi verrà dopo di noi? È davvero questo il mondo in cui vogliamo vivere e in cui vogliamo far vivere il nostro futuro?

Guardando l’altro, cominciamo a chiederci chi è, quale sia la sua essenza, cominciamo ad aprirci con lui con gentilezza. Iniziamo a riconoscere l’altro, solo così, come effetto domino, inizieremo a nostra volta a farci riconoscere e forse, finalmente, ci potremo conoscere e riconoscere empatici.

Vanessa Romani per ArtSpecialDay

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