“Tutto chiede salvezza”, Daniele Mencarelli tira fuori la penna dalle stanze del TSO

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La “salvezza è annidata in ogni creatura” scrivevo qualche tempo fa tra le pagine di una storia di mia creazione. Che essa sia una richiesta di salvezza, piuttosto che un compimento della stessa, quel bisogno e la forza che ne può sospingere l’appagamento è – inesorabilmente – in ognuno di noi. Salvezza da chi? Da cosa? Il punto più dolente da affrontare è proprio la risposta a queste domande laddove essa risieda, in particolare, in noi stessi; ma una cosa è certa, come scrive Daniele Mencarelli, finalista del Premio Strega 2020, Tutto chiede salvezza ( Mondadori, 2020).

Quella di Mencarelli è una salvezza che fa strettamente rima con la comprensione, cioè con la capacità di far propria la consapevolezza di qualcosa o qualcuno, innanzitutto di se stessi. Il protagonista delle sue pagine – Daniele – arriva all’età di vent’anni senza riuscire a “comprendersi”, senza riuscire ad alfabetizzare i suoi sentimenti. La rabbia esplode, esplode un’emotività che difficilmente si contiene e che qualsiasi sia tende a farsi vivere nella sua totalità, con il rischio di sovraccaricare le reazioni e svuotare le aspettative, finendo praticamente col falsare qualsiasi percezione che anche gli altri hanno di te, sfaldando la credibilità e la veridicità di ogni parola ed ogni gesto.

Così nell’estate del 1994, l’anno dei Mondiali di calcio, mentre la vita attorno a lui continua a scorrere tra quotidianità e rituali, la sua va in

Antonia De Francesco con “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli

stand-by durante un TSO – “trattamento sanitario obbligatorio” – al quale viene sottoposto. Daniele è costretto a fermarsi a guardare se stesso con più calma e attenzione, nonché a poggiare gli occhi attorno a sé sui suoi cinque compagni di stanza del reparto di psichiatria con cui trascorre la settimana di ricovero coatto.

Si apre l’esplorazione su cinque compagni stravolti, anch’essi, dalla vita: le implorazioni di Madonnina, il lutto senza realizzazione di Giorgio, l’esuberanza feroce di Gianluca, l’uccellino del professor Mario e il nulla che abita gli occhi vuoti di Alessandro. E poi un vortice di infermieri, medici, famigliari che restano sulla soglia di un “viaggio” che Daniele sente di dover compiere da solo, o quanto meno condividerlo solo con chi è sulla sua stessa linea di partenza.

Queste montagne russe di istanti di una vita turbata, i sentimenti che ne nascono, la condivisione di un disagio che si pensa, quasi sempre, esclusivo e totalizzante, fa apparire allo specchio il desiderio di “salvezza” che, alla fin fine, accomuna tutti, anche l’umanità più insolita, meno ordinaria.

Mencarelli non descrive la poetica follia. C’entra poco l’apologia che la follia compie di se stessa con Erasmo da Rotterdam. C’entra poco perchè non sono gli altri ad osservare, sulle basi di una presunta normalità, un individuo fuori dall’ordinario che superando qualche imposto limite assurge a più alti livelli. Tutto chiede salvezza somiglia ad una “smisurata preghiera” di chi si osserva toccare quel “punto di rottura” che mortifica il corpo che lo trattiene, la psiche che lo manifesta e tutto ciò che attorno ruota.

Alla luce di ciò, con delicatezza e poi con clemenza, Daniele sfiora gli stereotipi sulla malattia mentale di cui tanti sono vittime, sfiora i sintomi delle patologie, le loro cure, la ricerca della loro origine, ma non ci si sofferma perchè non sono questi gli aspetti che Mencarelli intende condividere con i suoi lettori, bensì l’umana natura, le disarmanti creature che ci sono sotto la costernazione della malattia. Quelle per cui si implora “salvezza”.

Salvezza per me. Per mia madre all’altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri, La mia malattia si chiama salvezza.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura

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