#BeyondtheLyrics: “Cirano”/”Cyrano de Bergerac” (Rostand & Guccini)

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#BeyondtheLyrics: Cirano/Cyrano de Bergerac

La straordinarietà delle parole scritte nero su bianco è che, a distanza di anni, decenni e secoli rimangono lì, su quel foglio, immutate e attuali. Eterne e potenti. Ecco perché leggiamo e rileggiamo opere scritte in un tempo che non ci appartiene. Pavese scriveva:

Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri, le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro noi.

download-1Forse è proprio questo il motivo che ha spinto uno dei più notevoli cantautori della nostra cultura a ridar voce ad uno dei protagonisti più importanti della tragedia. Sicuramente meno conosciuto di Amleto, Romeo e Giulietta e tanti altri, la sua storia è senz’ombra di dubbio sorprendentemente moderna. E grazie a Francesco Guccini, diviene anche concreta: è così che Cyrano di Bergerac (italianizzato come Cirano)  è vivo e continua a ribellarsi, forse oggi più che mai, ad una società sterile, corrotta e arrivista, combattendo le ipocrisie del suo (ovvero il nostro) tempo e l’avidità che soffoca gli ideali.

Come l’Avvelenata, anche Cirano può essere considerata a tutti gli effetti un’invettiva. Certo, i toni sono meno aggressivi e prorompenti, ma di fatto la portata dei versi sottendono una feroce critica: contro una falsa signorilità, contro vuote ovazioni, contro il ghigno superiore stampato sui volti dei “primi della classe”. Una critica ai “politici rampanti“, ai “portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false“, al materialismo, al qualunquismo e all’arrivismo che permea nelle nostre società. Inoltre, una critica ai “dogmi e pregiudizi” e ai predicatori delle religioni che spesso e volentieri, tradiscono il loro mandato di coerenza.

È nell’idealismo e nel coraggio di questo personaggio che è racchiusa la fortuna e l’eternità della sua storia: Cirano è colui che non piega la testa davanti al potere, che conserva la sua individualità (rappresentata da “questo naso al piede“) e il suo io più profondo (l’amore per i versi), consapevole del fatto che da sempre il potere addomestica e plasma i popoli, rendendo le persone schiere di pecore bianche. Ecco perché si scaglia contro una categoria di persone ben precisa: chi non ha anormalità. Chi è conformato agli standard della società e preferisce perdere la particolarità del suo essere e avere un “naso corto“, piuttosto che accettarsi ed essere coerente con se stesso, piuttosto che lottare con la forza dell’intelligenza e del sapere contro la stupidità e l’ignoranza.

Pur essendo un abile spadaccino, Cirano attacca con parole dense (“infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio/perché con questa spada vi uccido quando voglio“), la cui importanza e potere ritorneranno nelle strofe successive. Cirano non è solo la voce “scomoda” di chi attacca le ingiustizie, di chi si avvale della licenza (poetica) per non guardare in faccia nessuno (non perdonare), e descrivere la realtà che lo circonda, criticando (toccando) un po’ tutti. Cirano è un sognatore, un sognatore innamorato: è “la sua solitudine esistenziale, la sua bruttezza, il suo naso deforme, è anche cioè la storia d’amore impossibile per i dogmi e i canoni estetici e ideologici ieri e oggi imperanti”.

Cadetto di Guasdownloadconia, Cyrano de Bergerac è un uomo un po’ bruttino ma dotato di una rara sensibilità, di una sofisticata cultura e di un enorme coraggio. Si innamora della cugina Rossana, donna bellissima  alla quale dedicherà i suoi versi più belli.

Ma nel dramma scritto da Edmond Rostand, Rossana s’innamorerà della bellezza di Cristiano, un cadetto della stessa compagnia di Cyrano, e contemporaneamente, ma senza saperlo, dell’animo romantico del caro cugino, il quale le parlerà sempre tramite la bella, (ma rude) figura di Cristiano, in quanto convinto che lei non potrebbe amarlo brutto come è («Ma quando sono solo con questo naso al piede/ che almeno di mezz’ora da sempre mi precede/si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore/che a me è quasi proibito il sogno di un amore»).

Nei versi scritti da Guccini si legge allora del peso di non essere ricambiati, di non essere amati. Si legge come parole dedicate alla bella Rossana siano catartiche («mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo»). Ma soprattutto, si legge speranza: la speranza nell’amore, probabilmente l’unica cosa genuina e non ancora resa sterile dalle mani della nostra società («ma dentro di me sento che il grande amore esiste»), e infine si legge di un augurio per la nostra comunità («dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto/ dove non soffriremo e tutto sarà giusto»).

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Cirano per la regia di Michael Gordon, 1950

Si osserva anche una speranza finale, una speranza che non diverrà mai certezza: quella di essere ricambiato. Nel finale della tragedia, Cyrano in punto di morte svela involontariamente all’amata la paternità delle lettere e poesie che lei aveva così amato, facendole intuire ( troppo tardi) come l’animo che  lei amasse non fosse quello di Cristiano («perché oramai lo sento, non ho sofferto invano/se mi ami come sono/per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo… Cirano».)

La straordinarietà di questa canzone non sta solo nell’aver messo nuovamente in atto un dramma che ha visto la luce nel lontano 1897, né l’aver attualizzato una storia che  non è solo il frutto di mera immaginazione: il cadetto di Rostand è in realtà un precursore della letteratura fantascientifica del Seicento francese (Savinien Cyrano de Bergerac).

A Guccini si deve l’onore di aver fatto rinascere un eroe letterario, un eroe sfortunato e amante delle cause perse: dell’amore non corrisposto, delle ingiustizie della società. Un eroe crepuscolare (e romantico) che fa sentire un po’ più eroe ognuno di noi.

Il brano è contenuto nell’album D’amore, di morte e altre sciocchezze, 1996.

Venite pure avanti, voi con il naso corto,

signori imbellettati, io più non vi sopporto,

infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio

perché con questa spada vi uccido quando voglio.

 

Venite pure avanti poeti sgangherati

inutili cantanti di giorni sciagurati,

buffoni che campate di versi senza forza

avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;

godetevi il successo, godete finché dura,

che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura

e andate chissà dove per non pagar le tasse

col ghigno e l’ ignoranza dei primi della classe.

Io sono solo un povero cadetto di Guascogna,

però non la sopporto la gente che non sogna.

Gli orpelli? L’arrivismo? All’ amo non abbocco

e al fin della licenza io non perdono e tocco,

io non perdono, non perdono e tocco!

 

Facciamola finita, venite tutti avanti

nuovi protagonisti, politici rampanti,

venite portaborse, ruffiani e mezze calze,

feroci conduttori di trasmissioni false

che avete spesso fatto del qualunquismo un arte,

coraggio liberisti, buttate giù le carte

tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese

in questo benedetto, assurdo bel paese.

Non me ne frega niente se anch’ io sono sbagliato,

spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;

coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco

e al fin della licenza io non perdono e tocco,

io non perdono, non perdono e tocco!

 

Ma quando sono solo con questo naso al piede

che almeno di mezz’ ora da sempre mi precede

si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore

che a me è quasi proibito il sogno di un amore;

non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,

per colpa o per destino le donne le ho perdute

e quando sento il peso d’ essere sempre solo

mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,

ma dentro di me sento che il grande amore esiste,

amo senza peccato, amo, ma sono triste

perché Rossana è bella, siamo così diversi,

a parlarle non riesco: le parlerò coi versi,

le parlerò coi versi…

 

Venite gente vuota, facciamola finita,

voi preti che vendete a tutti un’ altra vita;

se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito,

guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito

e voi materialisti, col vostro chiodo fisso,

che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso,

le verità cercate per terra, da maiali,

tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;

tornate a casa nani, levatevi davanti,

per la mia rabbia enorme mi servono giganti.

Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco

e al fin della licenza io non perdono e tocco,

io non perdono, non perdono e tocco!

 

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,

ma in questa vita oggi non trovo più la strada.

Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,

tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:

dev’ esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto

dove non soffriremo e tutto sarà giusto.

Non ridere, ti prego, di queste mie parole,

io sono solo un’ ombra e tu, Rossana, il sole,

ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora

ed io non mi nascondo sotto la tua dimora

perché oramai lo sento, non ho sofferto invano,

se mi ami come sono,

per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo… Cirano

Eleonora Vergine per MIfacciodiCultura

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