#1B1W / “Il vizio delle cose pure”, Simona Pangia vis à vis con la scrittura dell’altro

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Le cose più pure sono le cose che non possiamo cambiare, le cose che nessuno può cambiare. Gli altri vogliono imporci il giudizio su cosa è pura e cosa non lo è. Voi dovete imparare a riconoscere la differenze. Leggere è a questo che serve.

Leggere Il vizio delle cose pure di Simone Pangia, dunque, non servirà – per premessa e promessa – a scoprire ciò che si inteda per puro. Per fortuna. Per quanto riguarda, invece, la capacità di sospendere il giudizio, qualcosa da dirlo ce l’ha, perchè a certi pensieri non gli devi dare confidenza punto, ma l’uomo sbaglia e si intrappola in circuiti di domande senza cercare le risposte. Apre reticenze che non chiude se non quando è costretto.

La “scrittura dell’altro” di Pangia comincia da qui e s’incammina sul doppio per eccellenza: i gemelli Ferdinand e Louis Miliano. Quella gemellare è la cifra di una condizione esistenziale paradigmatica, per la quale non solo parlare all’altro – o dell’altro – è come farlo a te stesso – o di te stesso, ma nel tentativo di riconoscere l’altro, si finisce con il conoscere anche se stessi. Esattamente come nel rifiuto dell’altro abita quello di sé.

Così quando la morte di Louis consegna a Ferdinand un dolore mitigato da anni di distanza e rottura, per lui si innesca un “viaggio” da Napoli a Formia necessario non solo ad assolvere alle incombenze legate al riconoscimento e alla tumulazione del gemello, ma anche di se stesso e del suo raconore. Ovviamente non lo immagina. Ovviamente non lo spera. Ovviamente, Ferdinand, farebbe volentieri a meno di dilatare il tempo della sua esistenza per spegnere i tanti interrogativi su quella del suo gemello, ma quando si trova davanti ad un manoscritto di Louis abbandonato in una casa vuota di qualsiasi altra emozione, priva di vita, deve leggere.

A cosa lo avevano portato i suoi sforzi? Dov’era l’opera d’arte: nella vita che conduceva o nelle persone che frequentava, nelle canzoni che scriveva?

Leggendo insieme a lui, scopriamo una storia a metà tra la fantasia e la vita di Louis, quella da cui Ferdinand ha preso le distanze, perchè gemelli sì, ma profondamente diversi nella personalità, negli strumenti scelti a dispiegare le loro esistenze, pur partendo dalla medesima lezione del vecchio padre: Hai il diritto di essere ciò che hai il potere di essere.

Potrò sembrare in errore, ma spiego: è vero, la frase del filosofo Stirner non la pronuncia il saggio padre bibliotecario, ma è lui che l

Antonia De Francesco con il libro “Il vizio delle cose pure”

a incarna. E’ lui, il vedovo padre che ha cresciuto i suoi gemelli da uomini liberi da ogni vincolo, senza premi e punizioni, lasciandoli al proprio volere e alle proprie ragioni.

E nelle loro ragioni Ferdinand e Louis non si sono compresi per molto tempo. Sono stati “egoisti” nella loro affermazione, ma speculari, perchè “gemelli”, perchè “fratelli”, perchè “uomini”.

L’autore, dunque, sembra che pur non avendo alcuna intenzione di indicare la purezza, definirla. Pare che Pangia abbia puntato a che fosse la storia

in sé ad essere pura, vessillo di come ci si muova davanti all’elementarietà più complessa dell’uomo, ma incredibilmente non lo appare perchè non c’è metafisica che non trascenda l’uomo e la sua penna percorre terribilmente l’uomo come carrozza del vizio. La sua storia, poi, non è affatto un trattato di filosofia o una mera immersione intimistica. Essa, in effetti, non è neanche un vero e proprio giallo, né un vero e proprio thriller nonostante il mistero ed il sangue; non è una storia d’amore, seppure le tinte dei sentimenti siano estremamente forti, né d’avventura o distopico benchè ci siano dell’immaginazione e della dinamicità incalzanti. C’è la politica, c’è l’ordine e il disordine delle cose. C’è la musica. Soprattutto c’è il poker: le regole e la filosofia del gioco.

Il vizio delle cose pure prescinde sinuosamente qualasiasi categorizzazione e finisce con l’oltrepassarle senza abilmente consegnarsi ad alcuna sovrastruttura, ma proprio per questo alla fine ti vizia a credere che, non lo appaia, ma sia una storia pura, in grado di contemplare anche la stessa purezza del vizio. 

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura

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