I 90 secondi più lunghi. Il terremoto dell’Irpinia 40 anni dopo

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Lioni

Per chi sopravvive a un terremoto, è impossibile superare la paura di un rumore improvviso, di un lampadario che oscilla, di una sedia che dondola. E dovrebbe essere impossibile per tutti dimenticare quello che è stato il terremoto dell’Irpinia: tre province devastate (quelle di Avellino, Salerno e Potenza), un’area di 17.000 km quadrati distrutta, più di 3000 morti, 300.000 senzatetto.

Era una domenica sera di Novembre del 1980, il 23 ad essere precisi, quando le vite di migliaia di persone furono sconvolte per sempre. Se andate a Conza della Campania, quella vecchia, uno degli epicentri del terremoto, vi troverete davanti a una Pompei in miniatura: tutto è rimasto fermo a quella sera di 40 anni fa. Ci sono ancora i ruderi delle case in pietra, le strade lastricate, le suppellettili, le cucine intonse e le camere da letto sventrate. E poi si arriva in cima, su una collina verdeggiante, che vede spuntare dalla terra i resti di un passato ancora più antico: ruderi su ruderi, tempo su tempo, tracce di un passato che fatica a restare tale. Perché camminare tra quei vicoli fantasma, riporta alla mente la violenza di quel terremoto, testimonianza imperitura di qualcosa che è ancora troppo presente perché la ricostruzione non c’è mai stata realmente e c’è chi ancora oggi vive negli chalet d’emergenza e la sua vita si è fermata irrimediabilmente a quella notte.

Quella sera di 40 anni fa, una studentessa di 19 anni era in chiesa a Napoli quando sentì la terra ballarle sotto i piedi e il suo primo pensiero non fu di mettersi in salvo, ma di correre tra i vicoli per ritrovare suo fratello. Mentre la terra saltava, lei correva più veloce delle onde perché doveva ritrovarlo.

Ritrovarsi…. mai parola è più bella.

Quando pensi di aver perso tutto e invece il destino ti mette davanti, in mezzo a centinaia di persone disperate, il volto di chi ti è più caro.  E insieme, in lacrime, ma con la forza della vita che non ti abbandona mai, neanche quando temi di non farcela, tornare al proprio paesello, Sant’Andrea di Conza, senza sapere se i genitori sono ancora vivi, senza niente se non le gambe per saltare da una parte all’altra dell’asfalto, completamente divelto, spaccato in due, una parte più alta e una più bassa. Arrivare stremati nella propria casa e trovarla vuota, e poi scoprire che i tuoi genitori sono salvi, ma sono in un’altra casa, insieme a tutti i tuoi parenti perché insieme le tragedie si affrontano meglio…

Teora e Castelnuovo di Conza

Trascorrono giornate infernali, a dormire nelle tende, senza cibo, senza servizi, senza elettricità. Giorni a scavare tra covoni pieni di vestiti, coperte, giubbotti, per trovare qualcosa di caldo. Giorni senza nessun soccorritore perché la protezione civile nasce veramente solo quel giorno di 40 anni fa, si mette in funzione “grazie” a quella catastrofe immane. Giorni in cui si scava a mani nude per salvare chi ancora geme sotto le macerie, giorni senza poter comunicare con il resto d’Italia, paesi completamente isolati che vedono la luce quando con enormi difficoltà l’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, riesce ad arrivare nel fulcro della devastazione. Memorabile sarà poi il suo discorso in cui denuncerà il ritardo dei soccorsi, arrivati solamente dopo 5 giorni dalla tragedia, celebrerà il ruolo dei volontari e ribadirà il ruolo fondamentale non della politica, ma della solidarietà, perché solo per mezzo dell’aiuto e del sostegno reciproco è possibile superare catastrofi del genere.

E la devastazione di quel territorio che fatica ancora oggi a risollevarsi, la vide con i propri occhi Alberto Moravia che sorvolò le zone colpite dal sisma e capì che «Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano; adesso sono macerie e sotto quelle macerie stanno sepolti gli abitanti, altrettanto invisibili che i morti di quel cimitero che vedo laggiù…Soltanto, un paese non è un cimitero; non può esserlo che in una o due terribili occasioni; e così comincia ad albeggiarmi nella mente l’orrore che vado scoprendo e che ancora mi aspetta.»

Io sono irpina e sono lucana. Non sono nata a Conza, Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Teora o Pescopagano, ma le mie radici affondano in quelle terre e la ragazza di 19 anni che saltava con il fratello tra le crepe dell’asfalto era mia madre, insieme a mio zio.

Dopotutto, 40 anni sono solo un battito di ciglia.

Rosa Araneo per ArtSpecialDay

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