Giorgio de Chirico e la metafisica dei manichini assopiti nel meriggio

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Giorgio de Chirico, “Il poeta e il filosofo”, 1915
  • La mobilia umana

Da piccolo, Giorgio De Chirico (1888-1978) cambiò casa innumerevoli volte. Tra un trasloco e l’altro ricorreva un momento di attesa, in cui la famiglia e i mobili aspettavano in strada, dicendo addio alla vecchia abitazione e immaginando la nuova. In quegli istanti accadeva sempre il medesimo, assurdo fenomeno, che De Chirico racconta nei Diari: era come se d’improvviso la poltroncina ramata, la sedia bianca, e l’armadio nero si caricassero di una malinconia esistenziale, di un languore potente. I mobili apparivano come animati, investiti da un vitalismo che nella mente del piccolo pittore di Volos aveva un significato speciale: era un addio al conosciuto e un’eccitazione per il nuovo, che insieme andavano fondendosi, tra fantasticheria e realtà.

Da questi ricordi nasceranno le Piazze metafisiche. Che ospiteranno, nel solleone, gli sporadici damerini di gomma fusa intenti a tessere un sole nero e uno dorato, mentre alcuni scorci ombrati cattureranno un cerchio rotolato via a una fanciulla distratta. Tutt’intorno vi saranno reperti classici e templi abbandonati, spiati da camere di bambino pastellate di rosa: potrebbe essere qualunque ora del giorno o della notte, che fine ha fatto il tempo nel mondo degli enigmi? Dove sono fuggite le ore? Hanno lasciato la vecchia dimora oppure si nascondo ancora lì?

Ieri, nel pomeriggio passando per una via che s’allunga stretta e fiancheggiata da case alte e scure vidi apparire in fondo una colonna sormontata da una statua che seppi poi essere quella dell’Ariosto. Visto così, tra quelle due pareti di pietra annerata – che parevano muri d’un santuario antico – il monumento assumeva un che di misterioso e solenne, e il passante tampoco metafisicizzante si sarebbe aspettato di udire la voce di un nume vaticinare d’in fondo la piazza (Giorgio de Chirico)

  • Il tempo

Un protagonista del Surrealismo, egualmente caro a Salvador Dalì e a Renè Magritte, è il tempo. L’enigma dell’ora (1911), Gli archeologi (1927), La nostalgia del poeta (1914) oltre alle tele che riprendono le grandi narrazioni dei miti sono tutti esempi di quanto le ore non scivolino via con la stessa frequenza per tutti. La soggettività non solo carica emozionalmente le realtà attorno a noi, ma anche la percezione con cui questa evolve, si modifica, e noi con lei. De Chirico immagina il tempo come una grande stanza, al cui interno vi sono una macchina da scrivere (il passato) e un sipario rosso (il futuro). I due elementi convivono, finchè un giorno imprecisato il sipario cala sulla macchina, impedendo allo spettatore di vederne ogni fisionomia. Il presente è quel che capita mentre i due elementi rimangono nella stanza, e s’influenzano vicendevolmente senza tregua. Quali legami ci sono tra un sipario e una macchina telescrivente?

Tanti quanti i modi diversi di pensare, tanti quanti se ne possono trovare nelle soggettive piazze metafisiche. Quel che conta è comprendere come ogni spazio temporale (presente, passato e futuro) sia sempre connotato da due lati, uno d’ombra e uno di luce. Ogni partecipante al gioco delle piazze, che sia una bambina che rincorre freneticamente un gioco che le sfugge via o un anziano adagiato su una panchina intento a sfogliare il giornale, deve sapere che per penetrare nel bianco e nel nero, nella realtà e nella fantasia, dovrà continuare a porsi interrogativi. E’ questa la risposta di de Chirico. Solo facendosi continuamente domande, incuriosendosi pazzamente, si vivranno il tempo, il presente e ci si avvicinerà alla verità. Che non esiste universalmente per tutti, ma è connotata dalla meraviglia con cui ognuno s’immagina il proprio spazio esistenziale, prima che cali il sipario.

Isabella Garanzini per ArtSpecialDay

 

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