Giorgio Manganelli: scrittore e saggista “imperfettamente umano”

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Giorgio Manganelli (Milano, 15 novembre 1922 – Roma, 28 maggio 1990) è uno di quegli intellettuali venuti al mondo per scardinare ogni morale, per rovesciare qualsiasi parametro letterario, per prendere l’arte e rigirarla sottosopra, sovvertendo l’ordine costituito. Manganelli appartenne ad una generazione di cui oggi proviamo nostalgia: quella che aveva partecipato attivamente alla guerra, quella che negli anni ’60 aveva voluto creare un mondo nuovo, quella che non si fermava di fronte ai compromessi.

Entrato nella sezione clandestina del partito comunista durante la Resistenza, Manganelli venne catturato e condannato a morte il 18 marzo 1945; ma l’ufficiale che doveva fucilarlo gli risparmiò miracolosamente la vita. Nel 1949, si legò alla poetessa Alda Merini, con la quale ebbe una relazione tormentata. Inoltre, affetto da problemi psicologici, intraprese dal 1959 un percorso di psicoterapia che lo avvicinò alla scuola junghiana, periodo che risulterà fondamentale anche nella sua futura carriera letteraria. Il successo arriva relativamente tardi, con l’adesione al Gruppo 63, neoavanguardia letterararia, e con la pubblicazione di Hilarotragoedia nel 1964.

L’infinita produzione di Manganelli oscilla senza soluzione di continuità tra la narrativa e la saggistica letteraria: ogni suo testo contiene infatti delle riflessioni teoriche, è spesso metaletterario, e, in quanto tale, non si lascia inserire in alcun genere specifico. Lo stesso libro Hilarotragoedia viene definito dall’autore, nel risvolto di copertina, come «un trattatello, un manualetto teorico-pratico». In quest’opera Manganelli sviluppa la teoria della “natura discenditiva” dell’uomo, ossia della sua propensione alla discesa, peraltro angosciosa e tortuosa, verso gli inferi. Il testo non è esente da inserti puramente narrativi che come  una sorta di interruzione sono volte a frantumare la linearità del trattato – chiose, precisazioni, note linguistiche, aneddoti ecc.

Il punto è che, per Giorgio Manganelli, la lingua conta sempre più del contenuto e che la sua visione della letteratura è quella di un’attività immorale, cinica e profondamente asociale. Al contempo, lo scrittore è divenuto una sorta di buffone che non ha alcun messaggio da affidare all’umanità. La continuità tra narrazione e saggistica letteraria viene portata ad un momento culminante con la pubblicazione di Pinocchio: un libro parallelo (1977) dove Manganelli riprende il testo di Collodi, suggerendone delle nuove letture grazie alle continue suggestioni psicanalitiche. Un’operazione simile avverrà in Cassio governa a Cipro riscrittura dell’Otello shakespeariano e in Il Personaggio rivisitazione del Don Giovanni di Da Ponte.

Si suppone in genere che un libro parallelo sia un testo scritto accanto ad altro, già esistente libro, una lamina scritta che mima forme e dimensioni di altra lamina, e ne insegue i caratteri, i segni, parte traducendo, confermando, negando, ampliando.

Più che scrittore, “scrivente”, come si definiva egli stesso, Manganelli, pur nella sua visione de-strutturale, non sembra negare totalmente una qualsiasi possibilità di significato, perché gli sembra che sia comunque «nel mito, nella favola, nella matematica del sogno» che l’uomo possa ritrovare un senso. E tuttavia, un significato da ricercare, più che nell’illusione del vero dei romanzi realisti, nella sperimentazione, nell’incredibile, nel mostruoso della letteratura fantascientifica. All’interno del proprio saggio La letteratura come menzogna (1967) Manganelli sembra proprio riconfermare l’impossibilità dell’arte di riprodurre il vero e la natura ambigua dello scrittore:

Da sempre si aggira sulla terra, in diverse e riconoscibili incarnazioni, un uomo singolare: scostante, e affascinante; tiene del sordido, e certo dell’ambiguo; e alla spregevolezza mescola qualcosa di grandioso. Lo si direbbe imperfettamente umano: sebbene sia difficile dire se la sua sottile inesattezza venga da commistione angelica o animale.

Non meno provocatorie sono le sue poesie, dove viene negato ogni sentimentalismo, l’uomo ridotto a un corpo, o peggio, a varie membra, pezzi di vestiti, cellule buttate insieme a caso. Il lessico è ricercato, inusuale; abbondano le figure retoriche dove Manganelli conferma il suo gusto raffinato per la parole e il suono. Poesie che inviano un messaggio prosaico, di vita quotidiana, ma che dietro la loro schiettezza sembrano suggerire un senso possibile, se non altro nella bellezza della parola stessa.

Abbiamo tutta una vita
da NON vivere insieme.
Sugli scaffali di Dio
s’impolverano i gesti possibili:
le mosche cherubiche insozzano
le nostre carezze;
stanno appollaiati come gufi
i sentimenti impagliati.
“Merce inesitata” – griderà l’angelo d’ottone –
dieci casse di vite, di possibili.
E avremo anche una morte da morire:
una morte casuale, innecessaria,
distratta, senza te.

Consuelo Ricci per MifacciodiCultura

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