“Un sincero bacio al mondo”: le donne del periodo d’oro di Klimt

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Controcorrente, portavoce della sintesi tra Simbolismo e Art Nouveau, Gustav Klimt con la sua arte fece esplodere i fuochi d’artificio su una nuova era: quella del grande enigma con cui l’arte, nella sua totalità teorizzata da Wagner, esprime la Nuda Veritas. Quella che senza censure racconta e progetta il cambiamento sociale e culturale di inizio ‘900, avviatosi con le rivelazioni del Maestro del Sospetto Sigmund Freud e l’applicazione della filosofia di Arthur Schopenhauer, per il quale la sofferenza umana è inevitabile- perchè esiste la volontà- ma parzialmente acquietabile grazia all’arte. La catarsi del XX secolo non poteva che iniziare dal mondo figurativo, che integrava l’angoscia esistenziale tipicamente umana con la prospettiva di una pace assoluta, che con Klimt divenne la promessa di “un bacio rivolto a tutto il mondo”.

La nostra secessione deve prendere ad esempio gli agitatori, che non fanno differenza tra un’arte per i ricchi e un’arte per i poveri (…) Dobbiamo avere un incondizionato rifiuto del mercato del banale e del quotidiano (Gustav Klimt)

E se gli artisti decantati da Klimt (figurativamente, perchè odiava scrivere, nonostante fosse tra i fondatori dell’innovativa rivista Ver Sacrum) rivivono sensibilmente “anche il più piccolo oggetto, il più umile, che aiuta a migliorare la bellezza di questo mondo” citando Morris, anche le donne sono una parte essenziale della “gioia, meravigliosa scintilla divina”. Ecco quattro dipinti ritraenti figure femminili- meno conosciute rispetto a Danae o Giuditta– che riassumono anche le peculiarità del periodo d’oro (fino al 1909) e poi degli ultimi nove anni (fino al 1918, quando morirono sia Klimt che il giovanissimo allievo prediletto Egon Schiele) influenzati dalle matissiane tinte blu.

Nuda Veritas (1899)

Gustav Klimt, “Nuda Veritas” (1899)

Non puoi piacere a tutti con la tua azione e la tua arte. Rendi giustizia a pochi. Piacere a molti è male (Schiller)

Inizialmente la citazione incisa su fondo oro nella parte superiore della Nuda Veritas non doveva essere di Schiller bensì di Schefer: “La verità è fuoco e parlare di verità significa illuminare e bruciare”. Bruciano i capelli della donna in primo piano, che inflessibile nel suo sguardo affettato e negli occhi vacui tiene in mano uno specchio in cui non è riflesso proprio nulla. Il critico Hevesi la definì “Iside secessionista”, portatrice di una verità che solo pochi possono comprendere, mentre i simboli attorno a lei (il serpente tentatore ai suoi piedi, i ghirigori neri e vispi alle sue spalle che evocano i dettagli dell’Estetismo di Huysmans o Wilde) lampeggiano nelle acque verde persiano, trasparenti e velate. La verità è pronta ad emergere in tutta la sua bellezza, ma la Vienna d’inizio secolo è in grado di accettarla, oppure la considererà solo, come la definisce Hermann Bahr, “una musa vuota e fanatica”?

 

Pesci d’oro (1901-1909)

Gustav Klimt, “Pesci d’oro”; particolare (1901-1902)

“Ai miei critici”: così Klimt voleva rinominare quest’opera quando di nuovo, dopo le accuse di pornografia per Medicina, i critici gli si scagliarono addosso. E invece la espose alla tredicesima mostra della Secessione nel 1902, e si può notare quanto l’oro rivesta anche qui un ruolo primario. Ce n’è di meno rispetto al Fregio di Beethoven (1902), ma comunica egualmente una magica vitalità. Tutte le figure sono nude, i capelli sono sciolti e, insieme al sorriso suadente, scrutano lo spettatore con la bocca socchiusa e un fare ammaliante, dominando con sensualità il nero da cui emergono incantatrici. Eros, con le fattezze di sirena, vince qui sull’aspetto “liquido, magico e irreale del notturno” (Johannes Dobai)

Ritratto di Emilie Flöge

Gustav Klimt, “Ritratto di Emilie Louise Flöge” (1902)

Emilie Flöge fu la compagna di vita di Klimt, anche se mai si sposarono. Era la sorella della moglie del fratello dell’artista, morto prematuramente, e proprietaria di un atelier di moda celebre a Vienna. Nel ritratto a lei dedicato, prevale una verità grafica fedele ai dettagli del partito ornamentale. Più che restituire un’immagine dettagliata dei tratti di Emilie, si osserva “la sua figura che diventa arabesco”, musa del colore blu di Matisse e dei primi quadri di Kokoschka.

Adamo ed Eva (1917-18)

Gustav Klimt, “Adamo ed Eva” (1917-18)

Esiste un’infinità di rappresentazioni dei progenitori, e ognuna lascia trasparire le peculiarità dell’artista. Se nel quadro di Munch i protagonisti sono indaffarati nel loro progressivo isolamento emozionale e nemmeno si guardano, quelli di Klimt sono almeno rivolti entrambi verso lo spettatore. Ma logicamente, guardando nella stessa direzione, nemmeno loro si vedono realmente: Adamo cinge Eva tra le braccia, ma le guance scavate e gli occhi chiusi indicano una sottomissione progressiva all’ideatrice del peccato. Eva è beffarda nel sorriso, non tocca la mano di Adamo bensì la sua cascata di capelli biondi, che circonda in una silhouette unica le guance purpuree e i seni in risalto. I ghirigori in basso paiono turgidi testimoni del peccato che sopra di loro si sta consumando, in un totale silenzio.

Per approfondimenti: Johannes Dobai, “Klimt, I classici dell’arte”, ed. Skira – Corriere della Sera, 2004

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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