Sartre e la teoria dello sguardo: oltre il dispositivo fotografico

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Sartre e la teoria dello sguardo: oltre il dispositivo fotografico

Sartre

Vi siete mai chiesti come ci guardano gli altri? Cosa succede quando avvertiamo lo sguardo di qualcuno su di noi? Cosa pensa la signora alla cassa quando andiamo a fare la spesa? O il nostro professore durante un esame, o magari quell’uomo seduto accanto a noi sul treno, in un bar, per strada. Cosa succede quando guardiamo gli altri e gli altri guardano noi? Siamo contemporaneamente l’io e l’altro di fronte all’altro e all’io. Si può solo vedere oltre una lastra di vetro riflettente l’immagine di qualche impostore capovolto.

Immaginiamo che, per gelosia, per interesse, per vizio, mi sia messo ad origliare ad una porta, a guardare dal buco di una serratura. […] E quindi «faccio quel che ho da fare»; nessuna visione trascendente viene a conferire ai miei atti un carattere di dato sul quale possa esercitare un giudizio: la mia coscienza aderisce ai miei atti, è i miei atti. [1]

Così scriveva Jean-Paul Sartre (1905-1980) in L’essere e il nulla. Il filosofo francese fa riferimento ad un’uscita improvvisa dal proprio solipsismo come superamento di una posizione autocentrica, metterci a spiare, sporgerci verso il mondo, verso l’altro, senza che vi sia possibilità di giudizio e di rendersi soggetto che trascende il dato esterno velandolo del proprio giudizio. È sostanzialmente essere atto puro, «pura coscienza delle cose». Si riconosce l’esistenza di altri io oltre al nostro –  di un alter che non è identico, è diverso, un non-io -, di altri sguardi che ci scoprono diversi e contribuiscono a definire e a definirci. Ma come spiegare la presenza dell’altro nell’atto – libero – di guardarci? Dell’osservatore “geloso” che a sua volta “spia”, scruta e indaga.

Magritte, Il falso specchio

Secondo Sartre, l’immaginario è ciò che mette la realtà in un involucro di stagnola scintillante e increspato, non è nascondere quella “contingenza” o il percepire puro di un dato oggettivo. Anzi, il filosofo lo definisce come trascendenza, negazione della realtà stessa modellandola sul proprio giudizio: l’io assorbito nella realtà e la realtà assorbita nel soggetto. Ma qui la gelosia stessa, che dovrebbe essere prerogativa di giudizio dell’io, Sartre dice di non conoscerla: «Ma questa gelosia io la sono». Lo stesso accade anche per l’altro? Non è dato saperlo: «E questo me che io sono, lo sono in un mondo del quale altri mi ha espropriato», e continua: «Sono la vergogna o la fierezza che mi rivelano lo sguardo altrui e me stesso al limi­te dello sguardo; che mi fanno vivere, non conoscere, la situazione di guardato». Vale a dire che il per-sé e il per-altri entrano in contatto attraverso una relazione d’essere e non conoscitiva. Se ci mettessimo a contemplare la gelosia o la vergogna come atto psicologico che subentra dall’essere guardato o dal guardare, allora ci sarebbe qualche cenno di conoscenza e possibile trascendenza del dato oggettivo. Invece c’è rottura tra l’io per-se-stesso e l’io per-gli-altri: «è vergogna di sé, è riconoscimento del fatto che sono, per l’appunto, l’oggetto che altri guarda e giudica».  Cosa accade, ad esempio, di fronte ad una fotografia, al dispositivo fotografico? In un contesto che richiede la spettacolarizzazione dell’io. Non vi è solo un altro io che ci rende “oggetto” o «un attributo dato dell’essere che io sono per l’altro», come scrive Sartre, ma accade una distorsione dell’io, di ciò che l’io crede di essere e che altri non è, la scoperta indicibile, alla fine,  di vedersi oggetto da sé all’infuori di una realtà inconoscibile:

[…] ogniqualvolta mi faccio fotografare, io sono immancabilmente sfiorato da una sensazione d’inautenticità […] non sono né un oggetto, né un soggetto, ma piuttosto un soggetto che si sente diventare oggetto. [2]

Così invece scriveva Roland Barthes ne La camera chiara. La questione è che, attraverso lo sguardo altrui, l’io, preso nella sua unicità, si sente definire in un modo e in un mondo che gli è nuovo, gli viene data una nuova veste sconosciuta, ma percepita (dalla vergogna o dall’orgoglio). Invece, in fotografia l’io è un oggetto da manipolare, si propone in fissità, è l’immagine di un morto, diceva Barthes. Per cui, la situazione di guardato, che sia sul treno, in un bar o di fronte e a lato di una foto, provoca una rottura. Il velo sacrale è lacero. L’occhio è una lente fotografica che coglie nel riflesso il viso di un altro. La vergogna subentra dallo sguardo, nella totale alienazione di non sapersi in un mondo che non ci apparterrà mai, così esposti allatto predatorio di un io ignoto come in fotografia, o come guardare oltre il buco della serratura. Per cui, come scriveva Jean- Paul Sartre:

Il mio peccato originale è l’esistenza dell’altro.

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

[1] Jean-Paul Sartre, il Saggiatore, 2014

[2] Roland Barthes, La camera chiara, Einaudi 2003, (p.15)

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