Murakami: “Ranocchio salva Tokyo”, il racconto sulla coscienza

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Haruki Murakami non è solito presentare trame scontate, e difatti anche nel breve racconto Ranocchio salva Tokyo, del 2006 ma meno conosciuto rispetto agli altri capolavori quali Norwegian Wood o 1Q84, non delude. Già dalla prima pagina, infatti, assistiamo a un incipit bizzarro: un ranocchio si presenta a casa di un umano qualsiasi di nome Katagiri e, dopo una concisa presentazione, gli chiede di aiutarlo a salvare Tokyo da un’imminente catastrofe.

Non è ben specificato cosa accadrà, ma le illustrazioni di Lorenzo Ceccotti accompagnano con abbondanza di colori e movimento l’evolversi della vicenda, che acquisisce pagina dopo pagina sempre più dinamismo, esterno e interno. Come già detto in un altro articolo, Murakami è solito presentare antieroi malinconici o annoiati nella routine lavoro-sacchetti del supermercato o bentō con salmone e riso-birre fredde, la cui vita s’agita all’improvviso quando sopraggiungono donne entusiaste, innamorate dell’onirico. Qui, vista forse anche la breve durata della storia, non c’è stato tempo di introdurre personaggi femminili, eppure nel senso generale del finale (no spoiler) qualcosa si può fantasticare anche su questi. In Ranocchio salva Tokyo, però, l’attenzione rimane tutta su Katagiri, che estrapolato dalla sua monotonia (svolge un lavoro rischioso ma lo fa senza batter ciglio, con un’apatia inquietante) finalmente comprende cosa significhi sentirsi vivo, e non solo un sopravvissuto.

Quello che le chiedo, signor Katagiri, è di darmi coraggio. Sostenermi col cuore, come un amico. Capisce cosa voglio dire? 

 

Riguardo a Ranocchio, è risaputo che sognarlo significhi sovrabbondanza di idee, pensieri o sensazioni che non riescono ad esprimersi adeguatamente, ma sono sempre lì, latenti, in attesa di una trasformazione. Occorre liberarle e dargli voce, affinchè ci si possa sentire realmente se stessi, e non una copia abbozzata. E noi? Quanto saremmo disposti, col cuore, a lasciarci ammettere che potremmo volere o essere di più? E come accoglieremmo un ospite inatteso che, con tutto l’interesse, venisse a comunicarci questo, come un’epifania?

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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