“Il giocatore” e i suoi vizi: buon compleanno, Dostoevskij

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Caro Fëdor Michajlovič Dostoevskij, se, in quel lieto giorno che fu il 30 ottobre 1821 (11 novembre del calendario gregoriano) quando nascesti nel gelo della pallida Mosca, qualcuno t’avesse detto che a nemmeno 30 anni avresti perso tua madre (morta di tisi), che a 17 ti sarebbe venuto il primo attacco epilettico dopo l’uccisione di tuo padre per mano di contadini infuriati, e se t’avessero avvertito che a 28 saresti salito al patibolo come Julien Sorel ma che ti saresti salvato all’ultimo per poi scontare in vita una versione di Thanatos molto più infingarda (anni di lavori forzati in Siberia, col divieto di scrivere e leggere nulla che non fosse la Bibbia, non certo i tuoi amati Schiller e Balzac), probabilmente oggi non saresti Dostoevskij. O meglio, se t’avessero anticipato il tuo destino, forse avresti scelto altre parole, sentendoti irrimediabilmente abbandonato come in un quadro di Munch. Probabilmente non uno a caso, ma La roulette (1892).

Edvard Munch, “La roulette”, 1892

Potrebbe apparirti un’opera allegra, con tutti quei nastri rossi sullo stile di Toulouse-Lautrec e i verdi fulgidi di Sargent, e di fatto quello smoking corvino da cui escono un colletto pulito e due maniche bianche non trasmette inquietudine. Eppure, proprio in quest’opera di Munch ci sono i tuoi tratti essenziali: le tinte di base sono convulsamente espressioniste (come il tuo male ereditario, sempre pronto a portarti via dalla coscienza, vittima delle depressioni corticali continue) ma i dettagli colorati spiccano. Perchè c’è sempre qualcosa, un particolare, che nonostante tutto esce dal nero marasma di base schizzato da un allucinato, ed emerge facendo urlare:

Se potessi tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno! (Dostoevskij, “L’idiota”)

Paul Cézanne, “I giocatori di carte”, 1890-1895

E così, aggrappandoti a quel particolare vicino alla vita, giocasti. Con gli avvenimenti espressionisti che ti circondavano e con la tua stessa imprevedibilità dovuta all’epilessia. Scegliesti come amica un’ironia più che intelligente, anche quando tuo fratello Michail morì, e dopo solo pochi mesi lo seguì la tua prima moglie, e i soldi scarseggiavano e tu dilapidasti alla roulette gli ultimi risparmi. La tua ironia s’aggrappò alla creatività, e fu così che nacque, in quel momento e per necessità, Il giocatore. Il tuo alter-ego, Aleksej Ivànovic, è un cinico, indifferente alle altolocate macchiette russe e francesi che lo circondano, ma è invece completamente preda di due vizi: l’enigmatica Polina e il gioco. Visceralmente legati, questi due oggetti del desiderio vengono rincorsi, pensati, svelati un poco alla volta, in un vortice morboso ma «comunque sempre con un tono scherzoso, anche se la tensione è continua», commenta Leone Ginzburg nella nota introduttiva all’edizione Einaudi.

 j’ai I’honneur d’étre votre esclave

Dunque, caro Dostoevskij, a tutti gli effetti si può dire che divenisti, come il tuo protagonista Aleksej Ivànovic, schiavo della tua esistenza, devoto per definizione ad ogni vicissitudine. Aspettasti lettere dall’amata e vincite al gioco (uscita di rouge e zero in primis), entrasti in un circolo orgasmico che scivolava verso le vette del nichilismo per poi dedicarti sempre più a un monologo sulla bellezza irrazionale. Fosti un giocatore a tutti gli effetti, davanti al croupier come al cospetto dell’amore, e vincesti in cambio la fama d’immortale. Se quel 30 ottobre 1821 qualcuno si fosse addirittura spinto a dirti che un giorno t’avrebbero intitolato addirittura un cratere gigantesco su Mercurio (cratere Dostoevskij), pensa in che fragorose risate saresti scoppiato! Ma forse non ti sarebbe importato granchè, o non avresti creduto ad una sola parola: sapevi già cosa fare, avresti continuato a giocare.

Se si considera il fatto del guadagno e della vincita, allora gli uomini non soltanto alla roulette ma dappertutto non fanno altro che portarsi via e vincersi l’un l’altro qualcosa (Dostoevskij, Il giocatore)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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