Dov’è il nostro tempo libero? Quando la necessità di produrre fa dimenticare quella di vivere

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«Per ogni città come questa qua
Che toglie le opportunità
Che ti sei cercato
Me dicono “Nun te lamentà!”
Ma in questa realtà io
Nun ce la faccio più»

Il Bianconiglio
Il Bianconiglio di Carrol nella versione Disney

Se dovessimo indicare uno dei protagonisti delle nostre giornate, sicuramente ci sarebbe il Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie. Il motivo? Semplice: le nostre giornate sono scandite da un ritmo del tempo paragonabile solo al battito veloce e scattante della zampetta del coniglio bianco più famoso delle fiabe. Le frasi che sentiamo sempre più ripetere, che fanno parte ormai della nostra quotidianità sono: “Non ho tempo per fare nulla”, “Avrei bisogno di giornate di 48 ore”. E ancora “Come vorrei avere più tempo per me”.

Tutte le nostre giornate sono costruite su una scala di priorità che seguiamo come automi nella speranza che non ci sia nulla a distruggere questo delicato puzzle, felicità compresa. È proprio così: in questa corsa incessante contro il tempo, sembra che ci debba essere un orario stabilito anche per la felicità. Non abbiamo tempo per fermarci ed ammirare un tramonto, un sorriso, un istante. Corriamo costantemente, ma verso dove? E in tutto questo, il nostro tempo libero che fine fa? Soprattutto: possiamo ancora dire che esista?

Prima di entrare nel vivo della nostra riflessione sul tempo libero, concediamoci un breve excursus sul concetto stesso. Rinchiudere il tempo libero in una definizione precisa è molto complesso dal momento che nel corso della storia se ne è fatto un uso molto differente. Una prima comparsa di questo concetto si rinviene nell’epoca antica. Una nozione di tempo “altro” rispetto ai bisogni e alle necessità della quotidianità. Siamo nella Grecia di Aristotele che intendeva con questo tipo di tempo, un momento in cui l’individuo poteva allontanarsi dalle preoccupazioni giornaliere e ricercare la vera felicità. Era un tempo impiegato quindi per la riflessione e l’accrescimento di se stessi. Arriviamo così all’epoca della Roma imperiale, con il concetto di otium. Il tempo libero in quell’era storica era un concetto conosciuto e vissuto dalle classi superiori, agli uomini liberi che avevano in quel momento la possibilità di accrescere la propria cultura, pratica e spirituale.

Arriviamo però – velocemente – ai giorni nostri. Il concetto di tempo libero a cui siamo ormai abituati noi, quindi come tempo sociale non finalizzato all’attività lavorativa, si afferma a partire dalla rivoluzione industriale con la comparsa del lavoro salariato. Le nostre giornate sono suddivise in due momenti: la giornata lavorativa e la giornata non lavorativa. Fino a qui potrebbe andare bene, se non fosse che nella nostra contemporaneità, quella della velocità, della tecnologia senza limiti, della necessità insensata di essere sempre online, il tempo libero si è assottigliato fino a perdere quei contorni che con fatica, nel corso della storia umana aveva acquisito. La conseguenza? Siamo sempre più nevrotici, agitati, ansiosi. Alla grande macchina economica che sta diventando il mondo a causa della voglia di accumulare potere e ricchezza a tutti i costi, non interessa trovare davvero un modo per abbattere l’ansia. Al massimo, quello che si prova a fare, è controllarla. È forse un caso che aumentino le pubblicità che sponsorizzano prodotti per l’ansia? Non dovremo forse ragionare su cosa la scateni, e se è giusto provarla per quella data situazione? Il tempo libero, intendendolo come faceva l’epoca di Aristotele, servirebbe in questo senso a ricercare se stessi e un modo per migliorare la propria vita e conseguentemente quella di chi abbiamo intorno.

Il Bianconiglio però ci ricorda sempre, anche nei momenti liberi, che noi siamo nella misura in cui produciamo. È davvero così? Davvero stiamo riducendo la vita, l’esistenza in cui mera produzione di materialità? Siamo arrivati a perdere così tanto di vista la necessità di vivere rispetto a quella di produrre, da sentirci in colpa quando ci prendiamo un po’ di meritato tempo per noi. Scegliamo così di dilatare il nostro tempo lavorativo anche in quello non lavorativo. Questo è causato sia dalle incertezze in cui viviamo, sia dall’ormai rafforzata convinzione che solo chi supera le ore stabilite di lavoro sia meritevole di quel posto e di far carriera, anche se ne rimette la qualità stessa del lavoro e della vita dell’individuo. Uno studio del 2009 ha infatti dimostrato che orari di lavoro prolungati hanno conseguenze negative sul sonno e un’esposizione maggiore alla depressione.

L’essere sempre connessi, online, ha acuito maggiormente questo rendere l’esistenza umana tesa alla fredda produttività a discapito di altre sfere. Se è vero però che il lavoro occupa più tempo di quello che dovrebbe occupare, è vero anche che il tempo libero non viene utilizzato per vivere, nell’accezione filosofica del termine. Quei rari momenti di tempo non lavorativo ci vedono infatti sempre e comunque online, sempre più deumanizzati. Preferiamo infatti un veloce messaggio ad una chiamata o un incontro di persona, così possiamo “ottimizzare i tempi”.

Ma questo tempo breve lasso di tempo che guadagniamo grazie alla tecnologia, dove va a finire? Non lo impieghiamo forse per continuare ad essere online, che non equivale ad essere vivi? Non lo impieghiamo forse “annunciando” di avere tempo libero, piuttosto che viverlo? Se guardiamo un paesaggio attraverso uno schermo, possiamo davvero dire di averlo visto, di averlo vissuto? Che utilità avrebbe per la nostra persona una giornata di 48 ore se questa non venisse sfruttata al massimo della sua potenzialità nel tempo vuoto?

Sta proprio qui la chiave di tutta questa riflessione: il tempo libero dovrebbe cominciare ad essere inteso come un tempo vuoto. Vuoto inteso non come insignificante, ma come possibilità di significare altro, come la possibilità di significare disconnessione virtuale a favore di una connessione interpersonale.

Vanessa Romani per ArtSpecialDay

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