Educhiamo a pensare

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Educhiamo a pensare

La Luna
La Luna

Nel 2011 l’italiano Enrico Casarosa ha scritto, sceneggiato e diretto il cortometraggio della Pixar La Luna, il primo ed unico lavoro di un italiano in casa statunitense che tra l’altro nel 2012 è stato anche candidato agli Oscar come miglior corto d’animazione.
La Luna racconta di tre generazioni a confronto su un guscio di noce che solca l’immenso di oceano e cielo: nonno, padre e bimbo nella sua prima notte di lavoro con tanto di cappellino che lo ufficializza. Sono pescatori atipici, reinventati in una poetica quasi malinconica, che raccolgono le stelle dalla luna. L’ancora si lancia verso l’alto e le prospettive sono rovesciate. Sottosopra, come in Alice in Wonderland, perché in fin dei conti le rivoluzioni avvengono guardando da nuovi punti di vista. L’influenza di Hayao Miyazaki emerge forte in quella voglia di incantare e guardare ai giovani e poco meno di sette minuti bastano per raccontare l’importanza della crescita e del meravigliarsi.
Educare non è imporre, ma aiutare a creare un puzzle più completo, offrire gli strumenti per affrontare le situazioni che la vita propone. Il ragazzino potrà ascoltare il babbo e il nonno, ma poi troverà la sua propria modalità di fare, la sua prospettiva per vedere ed interpretare le cose. Autodeterminarsi significa scegliere per noi stessi, assumendoci responsabilità di errori e conseguenze. Insegnare a ragionare ed usare gli strumenti cognitivi in possesso, porterà persone consapevoli, pensanti e creative. Quando ci si abitua a pensare, a mettere in discussione la realtà, ad interrogarsi sul perché di cose e comportamenti, è più facile capire, rispettare e trovare nuove soluzioni.

Proprio la riflessione sulla necessità di tornare a pensare liberamente ha animato Sonia Singh, una giovane donna che vive in Tasmania, cresciuta giocando in semplicità e a contatto con la natura. Scienziata rimasta senza lavoro, ha deciso di recuperare gli oggetti non più utilizzabili e ritornare alla spontaneità che le nuove generazioni hanno perso. I giochi non servono solo come svago, allenano il cervello e svillupano attitudini. Secondo la Singh, però, quelli moderni impongono stereotipi e ideali irreali che inevitabilmente fuorviano i bambini. Così, riscatta le bambole dai mercatini di seconda mano, le aggiusta, cuce vestiti e cancella loro la faccia: il progetto si chiama Tree Change Dolls, il restauro non significa solo fare nuove scarpette o sistemare i pezzi rotti, ma rivede il trucco e le caratteristiche esagerate delle bambole moderne. Volti cancellati con solvente e ri-dipinti tutti a mano con colori pastello, dai tratti più naturali. Evidente il richiamo a cinquant’anni fa, quando nel 1967 nasceva Holly Hobbie. La dolce bimba, nata inizialmente come grafica per i biglietti di auguri, fu talmente amata che divenne un simbolo internazionale, entrando nelle case di mezzo mondo anche come ragdoll, bambola di pezza dal vestito patchwork, lentiggini e treccine.

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Tree Change Dolls

Nell’episodio Hot Child in the City della serie cult Sex and the City (2000) perfino la super mondana Samantha Jones rimane inorridita nel vedere le sue clienti appena tredicenni vestire ed atteggiarsi come donne navigate, offrendo Dom Pérignon e parlando in modo disinibito di sesso e prestazioni. Lei a tredici anni non offriva nulla, ma aveva avuto un’infanzia bellissima, che nessuna somma di denaro avrebbe potuto pagare.

Per la campagna pubblicitaria del Natale 2016, Audi Spagna ha proposto uno spot con il motto «Esta Navidad, #CambiemosElJuego» (“Questo Natale cambiamo il gioco”), raccontando la fiaba de La muñeca que eligió conducir, pubblicità probabilmente ispirata a La freccia azzurra di Gianni Rodari e al film d’animazione Toy Story. È notte, si entra in punta di piedi in un negozio, a sinistra tutti gli scaffali illuminati di rosa, a destra tutti in blu e in fondo al corridoio un enorme albero di Natale circondato da migliaia di lucine, come da tradizione. La storia proposta da Audi è quella di una classicissima Barbie di rosa vestita, capelli lunghi biondi, che nel bel mezzo della notte decide di saltare negli scaffali blu, tra i giochi considerati esclusivi per il genere maschile. La fanciulla a bordo della ruggente macchinina Audi prova l’ebrezza di uno scatenato giro per il negozio. I giochi prendono vita, svelando bambole che si sfidano a calcetto, militari che prendono il tè con i biscotti e unicorni con lo skateboard. Le loro scorribande proseguono fino all’apertura del negozio, quando un bambino si ritrova vicino l’automobilina guidata dalla Barbie e la chiede in regalo alla mamma. Questa velocemente decide di sfilare la bambola, perché le due cose non vanno assieme, ma il ragazzino invece prende entrambi i giochi. Non dovrebbe esistere la limitazione di “genere”, ma solo lo spazio per fantasia e creatività.

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#CambiemosElJuego

Schiller considerava che anche nel gioco, quando si riesce a liberare la propria mente da contaminazioni esterne, incluso il giudizio altrui, si ha la possibilità di esprimere la propria istintualità ed emotività, essendo completamente sé stessi ed è una condizione che, a ben vedere, non risulta facile a molti. Svincolarsi dalle briglie della società implica a monte un pensiero libero, una mente raziocinante che distingua la propaganda e gli schemi politico-consumistici dai propri desideri. Educare a pensare è forse, per questo, una delle cose più difficili e pericolose.

Il cervello: se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare.

Rita Levi Montalcini

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MIfacciodiCultura

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