Mozia: un paradiso a cavallo tra mito, storia e realtà

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Reperti sull’isola di Mozia

Arrivare a Mozia è come ritrovarsi in una dimensione parallela, un tuffo nel passato, avvolti dai suoni della natura. Quaranta ettari di storia sospesi nel mare che, unitamente all’isola Longa, a quella di S.Maria e della Scola, formano le Isole dello Stagnone, la più grande laguna della Sicilia annoverata tra le “zone umide” più importanti d’Europa.

Fondata dai Fenici nell’VIII secolo a.C., divenne una stazione commerciale e un punto di attracco per le navi di passaggio. Ma la sua ascesa fu spezzata improvvisamente, nel 397 a.C., dalla furia dell’esercito di Dioniso di Siracusa. Dopo la sconfitta, l’isola fu distrutta e dimenticata, finchè nel XVIII secolo non iniziarono a riaffiorare i primi reperti fenici. Una riscoperta legata al nome di Giuseppe Whitaker, un nobile inglese della fine dell’800 la cui famiglia si era stabilita in Sicilia e aveva avviato un commercio di esportazione di vino Marsala. Fu lui, archeologo dilettante e amico del famoso Schliemann, lo scopritore di Troia, a promuovere i primi scavi archeologici che iniziarono nel 1906 e proseguirono fino al 1929, mettendo in luce il santuario fenicio-punico del Cappiddazzu, parte della necropoli arcaica, la cosiddetta Casa dei Mosaici, l’area del tofet, le zone di Porta Nord e di Porta Sud e della Casermetta; Whitaker si occupò inoltre della sistemazione degli scavi, acquistando l’intera isola e sistemandovi il museo.

Giovinetto di Mozia
Museo Whitaker

E il museo è da sempre la casa dell’Auriga, il famoso Giovinetto di Mozia, una vera e propria statua dei misteri perché misteriosi sono la sua origine, la sua rappresentazione simbolica, lo stile e il secolo in cui la si può collocare. A prima vista potrebbe sembrare un auriga per via della tunica di garza a pieghe verticali, stretta al petto da una fascia, ma le ipotesi variano da atleta vincitore a, persino, dio. Secondo alcuni studiosi il Giovinetto in tunica sarebbe Alcimedonte, figlio di Laerce, ricordato da Omero nell’Iliade e descritto come un ottimo auriga che guidò personalmente il carro di Achille fuori dallo scontro per la contesa del corpo di Patroclo. La datazione risulta controversa in quanto la testa rimanderebbe allo stile severo, mentre la sinuosità del corpo e il panneggio della veste suggerirebbero un’attribuzione al pieno classicismo. Quanto all’origine, l’ipotesi più accreditata è che la statua sia stata portata sull’isola di Mozia dai Cartaginesi come bottino di guerra, dopo il saccheggio di Selinunte. Di sicuro è che la bellezza e la cura dei particolari fanno pensare che l’opera non fosse destinata alla sola visione frontale: probabilmente nell’antichità era stata collocata in un luogo che le conferiva onore e dignità, forse in un tempio.

Oggi l’accesso all’isola è consentito solo da due imbarcaderi privati, mentre nell’antichità una strada collegava la terraferma all’isola tra Capo San Teodoro e l’estrema punta moziese, via che non è più praticabile a causa dell’erosione e delle alghe, ma che è possibile scorgere durante la bassa marea.

L’isola di Mozia è un rifugio incantevole, incastonato nella storia, che si veste di un riflesso di magia, dove l’impatto con il mare, circondato dal fascino di una solitudine delicata, toglie il fiato. Un sito che incarna la magia di questi luoghi della Sicilia, dove il passato è un tutt’uno con il presente e il paesaggio accoglie le testimonianze della millenaria presenza dell’uomo in terra sicula.

Tutto questo è Mozia, un angolo di Paradiso a cavallo tra mito e realtà.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Mario dice

    Incantevole.

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