Altrove − Note a margine da “Il diario di Jane Somers” di Doris Lessing

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Sono andata a trovare i miei nonni. Ho passato un panno umido sul marmo e, mentre cambiavo i fiori, ho raccontato loro di questa nuova rubrica che si chiama Altrove, come quella canzone di Morgan che ho sussurrato tra i singhiozzi di una stanchezza che mi bloccava anima e ossa. Ho tanti libri, mi piace tenerli sul pavimento. Accanto ad ogni storia scrivo la mia storia, il mio bisogno di far ruotare ogni trama attorno a ciò che sono e, perché no?, attorno a ciò che non vorrei più essere. Le note a margine a Il diario di Jane Somers, libro scritto nel 1983 da Doris Lessing (Kermanshah, 1919 – Londra, 2013), rigurgitano egoismo e rancore.

L’incontro tra Janna e Maudie in cui generosità ed egoismo vanno di pari passo, un rapporto umano le cui radici crescono aggrovigliate tra i silenzi, guidato dallo scorrere del tempo, dai ricordi e dalla fragilità. Un racconto secco che non teme il fatto di non potersi adattare alle convenzioni. Questa è la trama de Il diario di Jane Somers.

Dietro una malattia ci sono tante storie in bilico. Prendersi cura di qualcuno è mettersi a rischio, essere obbligati a sbriciolare la barriera di egoismo con cui si spera di poter proteggere la propria identità. Perché di fronte a una persona che soffre e che vorrebbe smettere di soffrire, poco importa se per rimanere su questo mondo o andare altrove, lo scudo di egoismo non regge. Prima o poi, a quanto pare, tutti dobbiamo morire. Come si fa a mettere un muro tra il fatto di essere giovani, o relativamente giovani, o comunque nel pieno delle forze e delle facoltà mentali (si fa per dire), e la consapevolezza di dover morire?

Fotografia di Raffaele Montepaone della serie Life

Maudie, vecchietta scontrosa e spesso ingrata, una corazza resa di piombo dalla durezza della vita, vive in un appartamento squallido, si ammala e a un certo punto capisce che sta per morire, che deve morire. Janna, Jane Somers, benestante e piena di cure per il suo corpo e per il suo ego, una vita passata tra la redazione di una rivista di moda e una vasca da bagno colma di essenze profumate, si prende ossessivamente cura della vecchina, spesso sperando che muoia il prima possibile. Orrore, orrore. Di fronte al corpo consumato e alla morte del marito e della madre, Janna non ha avuto alcuna reazione. Solo un po’ di fastidio – dover staccare un po’ dal lavoro, delegare quando potresti fare tu e meglio, non avere più un uomo con cui fare sesso tutti i giorni, le scocciature e i rimproveri della famiglia, quanto sei gelida ed egoista, non hai figli-seccature proprio per questo motivo.

È probabilmente il rimorso, unito al caso, che la fa avvicinare a Maudie. È poi un forte legame, un trasporto sincero, che la costringe a bere tè in tazzine sbeccate e incrostate, pulire merda di gatto, fare la spesa, zigzagare tra le ire della vecchietta e le lamentele e le polemiche blablabla, cambiarle quei vestiti cagati e pisciati. Oh, Maudie, perché non muori, ma lei non muore, e si attacca con sempre più forza alla vita. Devo andare al lavoro, sono stanca Maudie, e lei non si decide a lasciarsi andare: perché magari se il cervello si spegne, poi anche il corpo cede. Granitica, dentro. E giorno dopo giorno, o quando ha tempo, Janna scrive Il diario di Jane Somers.

In nome di quale diritto Maudie si attacca così tanto ai suoi quasi 100 anni? Ormai è un mucchio di ossa ricoperto di pelle-cartapesta, il moccolo le cola dal naso e i suoi occhi acquosi implorano un po’ di analgesico. Che fastidio, che palla al piede! E poi, con quale coraggio Maudie se ne va, così, senza dire niente? No, è stato il cancro a portarla altrove, lei mica voleva morire: avrebbe sopportato ancora!, almeno così pensa Jane Somers, vedova coi primi acciacchi del traguardo di mezzo secolo. Qualcosa di umano, però, può dire di averlo fatto.

Egoismo e rancore.

Passo ancora una volta il panno umido sulla fotografia dei miei nonni: tutto bene? Che mi dite? È l’unico modo che ho per dar loro una carezza. Un gesto quasi meccanico di cui non posso fare a meno mentre mi domando con quale coraggio se ne siano andati – mentre mi rimprovero per questi pensieri gelidi. Come Janna, sbraito e reclamo il mio bisogno di prendermi cura, accorcio le distanze e fingo un atto puramente pratico – se solo aveste soffiato l’ultimo respiro nelle mie mani. Pulisco, mica accarezzo.

Egoismo e rancore, un cubetto di ghiaccio che si scioglie al sole.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

Immagine di copertina: foto di Raffaele Montepaone della serie Life

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