Lezioni d’Arte – Il solitario Magnelli nell’astrattismo italiano

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Alberto Magnelli

La chiamano la pittura inventata la sua, quella di Alberto Magnelli (Firenze, 1888 – Meudon, 1971) che spinto dal desiderio di reinventare la superficie pittorica, quando ogni soggetto, ogni stile sembrava superfluo, come un ossessionato cerca fra l’arte figurativa la propria strada, toccò diversi stili, strinse amicizie con la maggior parte dei protagonisti dell’avanguardia artistica del Novecento ma procedette come un lupo solitario. Così come ha iniziato, nel 1907 appena diciannovenne, da autodidatta osserva l’arte intorno a lui, la scomposizione ed il coraggio dei futuristi gli sembra quella che più gli si addice. La pittura dei suoi modelli del Trecento e del Quattrocento fiorentino erano superati, non rimaneva che aggrapparsi ad una figurazione riconoscibile, ma sulla tela spingevano per emergere già i nuovi protagonisti: il colore e l’espressione.

Pietre, 1933

Il fervore delle avanguardie si faceva sentire e invogliava gli artisti a nuove sperimentazioni, linguaggi mai provati. Negli esordi degli anni dieci Alberto Magnelli riflette sui moderni senza mai abbandonare i temi tradizionali quali le nature morte, personaggi comuni, i nudi e i paesaggi. Si può dire che la sua personale sperimentazione dura l’intero arco di produzione artistica, dal 1914 al 1971.

Dopo le esplosioni liriche, del 1918-19, e quello che chiama realismo immaginario, un focus più tradizionale sulla vita quotidiana toscana, una visita alle cave di marmo di Carrara lo lancia in una nuova sfida: la serie Stones, in cui le forme della materia emergono per mezzo della luce sulla tela. Nuovi volumi, smussati, tagliati, levigati si innalzano in verticale, striati e leggeri, mostrando la loro cromia naturale. Magnelli costruttore, riflessivo e pensieroso come passo successivo approda sicuro all’astrattismo, senza più abbandonarlo.

Non ha seguito soltanto l’arte astratta, l’ha forgiata. Costruisce forme geometriche standard al servizio  dell’esplosione di colori, dei ritmi pieni e dei vuoti. La pittura è un’architettura da costruire tassello dopo tassello con le forme dell’immaginazione e del linguaggio primordiale. Il ritmo della linea è dettato da una costruzione mentale, dalla volontà dell’uomo, dal suo istinto e dalla ratio. Come le note in musica così si susseguono le sue linee vibranti. Il colore puro che esce direttamente dal tubo, la linea nera di contorno che esalta tutto il resto. La sua ossessione per la forma preannuncia l’all-over degli espressionisti americani.

Conytsstes violentes, 1956

Il difficile connubio tra forma e colore raggiunge un equilibrio perfetto nel suo stile originale, a confine tra tradizione e modernità. Un futurista mancato, una pietra solitaria dell’arte italiana, che va e avanti da solo assorbendo tutto ma senza intrappolarsi in nessun movimento.
Il trasferimento dell’artista a Parigi, nel 1931, gli permette una conoscenza diretta della vitalità creativa dell’avanguardia di quegli anni ma lo allontana dagli ambienti italiani. Forse è anche per questo che è stato dimenticato dal panorama artistico del nostro paese, che non gli ha conservato il posto d’onore che meritava. Magnelli ha sofferto di nostalgia per tutta la vita per questo, fino alla fine ha voluto definirsi, come ha scritto sulla propria lapide, pittore fiorentino, quello che si era sentito per tutta la vita.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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