Una chiave: Caparezza ci spinge a non avere paura e a guadagnarci un posto nel mondo

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«Potessi apparirti come uno spettro lo farei adesso
Ma ti spaventerei perché sarei lo spettro di me stesso
E mi diresti: “Guarda, tutto apposto
Da quel che vedo, invece, tu l’opposto
Sono sopravvissuto al bosco ed ho battuto l’orco
Lasciami stare, fa uno sforzo, e prenditi il cosmo
E non aver paura che”»

Nel 2018, il rapper italiano Caparezza, tornava sul palco con il brano Una chiave che fa parte dell’album Prisoner 709.

  

Il sottotitolo della canzone Una chiave è emblematico e fa intuire ciò di cui parlerà Caparezza: il colloquio. Il testo è infatti una conversazione con se stesso, il se stesso del passato. Lo si capisce bene nella scena finale del video Una chiave in cui, dopo aver visto il cantante rapper attraversare vari paesaggi – da interpretarsi come un viaggio in se stesso attraverso le varie fasi della vita – lo vediamo entrare in una stanza e trovarsi faccia a faccia con lui da bambino.

«No, non è vero
Che non sei capace, che non c’è una chiave
No, non è vero
Che non sei capace, che non c’è una chiave»

Cantando insieme il ritornello della canzone, sperando così di infondere coraggio al bambino che ha di fronte, il presente è sorpreso dal passato che sembra avere più coraggio di quanto sembrava. Caparezza del passato, il bambino, prende infatti un pennarello e comincia a disegnare una serratura, ma ha bisogno di Caparezza del presente, l’uomo di fronte a sé, per completare l’opera. È qui che forse è la chiave: bisogna chiudere il passato alle proprie spalle per vivere davvero il presente.

Ma cosa altro ci dice Una chiave? Parlando a se stesso, Caparezza, come in ogni album, parla a tutti noi. Ci racconta di quanto la mente possa essere una gabbia per la nostra felicità e la nostra soddisfazione. Frugando tra i suoi ricordi e inciampando tra i suoi pensieri, il rapper si rende infatti conto di aver dedicato tutta la propria vita a nascondersi per paura di fallire. La sensazione, insensata, di sentirsi inadeguati influisce sul nostro modo di rapportarci con gli altri e di reagire di fronte una qualche situazione. Allo stesso modo, l’insicurezza ci blocca, portandoci a rinunciare pur di non dover di nuovo sopportare la sconfitta.

Ma siamo davvero convinti che dietro ogni angolo ci sia un insuccesso? E se fosse il rischio dell’insuccesso la chiave per vincere contro noi stessi?

«Chi dice che il mondo è meraviglioso
Non ha visto quello che ti stai creando per restarci»

Nel descrivere le sensazioni che prova quotidianamente, nel trovarsi a girovagare nella propria mente e nelle proprie debolezze, Caparezza ci fa sentire meno soli, soprattutto chi, ogni mattina come lui “indossa un invisibile”. La timidezza spinge a rimanere un passo indietro il rischio, un passo indietro la realizzazione. La paura del giudizio, la paura di fallire influenzano a tal punto da rimanere paralizzati nel passato. In questo modo, l’insicurezza e il timore, spingono l’essere umano a rimuginare continuamente sul proprio vissuto. Analizzandolo accuratamente, cogliendo ogni sfumatura di un tempo che ormai non c’è più, si ha come la sensazione di poter radicalmente, in modo ottimale, cambiare il futuro.

È davvero però così? Non dovremo invece guardare in faccia il nostro passato e decidere poi di lasciarlo lì dov’è e continuare per la nostra strada? Non dovremo, con il suo aiuto, diventare più forti e sicuri? In fondo di strada per arrivare fin dove siamo ne è stata fatta, vorrà pur significare qualcosa.

Dovremo tenere bene a mente che non si può prevedere il futuro attraverso il passato, l’unica cosa che è in nostro potere è imparare da esso, e questo non vuol dire poi rimanerne ancorati.

Dovremo imparare quanto ha da insegnarci, ma poi dobbiamo avere la forza di girarci e proseguire il nostro cammino e guadagnarci il nostro posto nel mondo.

Vanessa Romani per ArtSpecialDay

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