L’endemica malattia poetica di Eugenio Montale

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L’endemica malattia poetica di Eugenio Montale

montale-2-1Il Novecento è stato il secolo dell’inquietudine: le idee viaggiavano veloci come treni da un capo all’altro del mondo, i paesi cosiddetti “occidentali” davano il via alla corsa sfrenata verso il progresso; la stessa vita degli individui, incasellata nelle tabelle orarie, divenne più frenetica ma anche più semplice – grazie all’introduzione delle nuove scoperte tecnologiche – insomma, sembrava che il progresso favoleggiato nei secoli precedenti fosse alle porte.

Poi arrivarono – come i cavalieri dell’Apocalisse – la crisi economica, le due guerre, i crimini degli stati totalitari e gli orrori della ricostruzione e nulla fu più come prima. Il sistema di valori su cui si faceva affidamento fino a quel momento vacillò e le coscienza sprofondarono in una terribile crisi esistenziale. Il contrasto tra vecchio e nuovo raggiunse il suo climax, mai nella storia ci fu un allontanamento così brutale tra il “prima” e il “dopo”.

Questa schizofrenia di massa che caratterizza il XX secolo, tuttavia, costituì un terreno fertile per la produzione letteraria che in quei anni raggiunse i risultati più innovativi. Tra i vari nomi della letteratura internazionale che contribuirono alla modernità compare anche Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981), uno dei poeti italiani più conosciuti – anche a livello internazionale grazie all’assegnazione del Nobel per la letteratura nel 1975 – e più longevi.

Naturalmente i meriti di Montale si estendono al di là della fama e dell’anzianità. Egli fu un innovatore in campo stilistico tant’è che la sua opera viene considerata uno spartiacque nella poesia italiana tra un’ipotetico prima e dopo, ma soprattutto fu uno degli interpreti più abili dello zeitgeist del suo tempo. Questo non significa però che diede un quadro chiaro della realtà dell’epoca – in un mondo privo di qualsiasi certezza questo era impensabile – ma fornisce al lettore contemporaneo una chiave di lettura per comprenderla e vederla secondo la sua percezione.

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Con Irma Brandeis

Il pensiero alla base della poesia montaliana è di tipo pessimistico, inizialmente rivolto a tutte le manifestazioni dell’esistenza (l’incipit «Spesso il male di vivere ho incontrato» ne è l’evidenza più chiarificante) e verso la fine della sua vita diretto alla nuova realtà storico-sociale del secondo dopo guerra: la società dei consumi. I toni più caustici sono rivolti a questa nuova mentalità dominata dall’acquiescenza e dalla mercificazione di ogni aspetto della vita, anche dell’arte.
Questa “democratizzazione” delle forme espressive non è vista di buon occhio dal poeta che vede in essa la sterilità dell’espressione e soprattutto il declino delle coscienze, come se l’uomo avesse paura di sé stesso.

In un mondo meccanicizzato, asettico, emotivamente anestetizzato in cui ogni cosa è vista solo in funzione dell’obbiettivo finale da conseguire e dove il tempo è solo un altro fattore produttivo, c’è posto per la poesia, «un prodotto assolutamente inutile»? A detta di Montale, la poesia – quella vera, non la verbosa produzione che propone il mercato librario – è l’eco dei tamburi ancestrali che riecheggiano attraverso il tempo, costituisce il contatto più prossimo con le proprie radici e di conseguenza con la propria interiorità. È una «malattia assolutamente endemica e incurabile», che può dire solo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.» Non ha più la pretesa di disvelare i misteri della realtà e il poeta non è chiamato ad assolvere alcun compito nei confronti della sua società.

Questo è il momento giusto per ritrovare il vero valore della poesia, di prendersi la libertà di interrogare la realtà attraverso i suoi caratteri più banali, le cose semplici e “dimesse” – come il giallo dei limoni, il frinire delle cicale – che nascondono il vero senso dell’esistenza. Come la fenice risorge dalle sue ceneri, così la poesia dalla «storta sillaba secca come un ramo» continuerà a risorgere. Poco importa se saremo invasi da una marea di produzioni mediocri prive di qualsiasi valore, ai margini e nelle retrovie o – perché no – forse anche nelle opere più commerciali ci sarà sempre qualcosa che valga la pena di essere salvato.

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Eleonora Bodocco per MIfacciodiCultura

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