Ipazia d’Alessandria: martire e icona dei nostri tempi

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Ipazia, Mp5, Quartieri spagnoli, Napoli

Nel quinto secolo dopo Cristo, una donna fu assassinata. Non sappiamo nulla di lei, se non che era molto bella e che era una scienziata e una filosofa. Sappiamo che fu spogliata nuda e che fu dilaniata con cocci aguzzi. Che le furono cavati gli occhi. Che i resti del suo corpo furono sparsi per la città e dati alle fiamme. E che a fare questo furono dei fanatici cristiani. Il suo nome era Ipazia d’Alessandria.

Donna di straordinaria cultura, di lei non sono rimasti scritti, la sua memoria è stata cancellata per secoli. A lei si devono l’invenzione del planisfero e dell’astrolabio, lei cercò addirittura di superare la teoria tolemaica secondo la quale la Terra era al centro dell’universo. Nonostante la distruzione della Biblioteca di Alessandria e nonostante le persecuzioni di cui fu vittima insieme ai suoi discepoli, Ipazia non smise mai di diffondere la cultura perché se anche i testi dei più importanti filosofi erano andati distrutti, la fiamma del sapere non doveva estinguersi ma diffondersi sempre più. Purtroppo in un clima di fanatismo, di ripudio della cultura e della scienza in nome della crescente religione cristiana, Ipazia fu barbaramente trucidata nel marzo del 415, lapidata in una chiesa da una folla di fanatici. Non era accettabile per le autorità religiose e politiche dell’Impero romano d’Oriente che una donna propugnasse questi ideali di conoscenza quando il nascente cristianesimo pretendeva solo cieca obbedienza ai dogmi e considerava la donna utile solo alla procreazione e alla cura della famiglia. Ipazia stava diventando una spina nel fianco dei vescovi cristiani perché continuava a predicare per le strade di Alessandria, spingeva gli uomini a formarsi un proprio pensiero critico, a disobbedire e a propugnare la libertà di pensiero, l’uso della ragione. La misoginia ecclesiastica non solo la uccise materialmente ma pure moralmente, privando il pubblico della sua preziosa scienza, per quel principio secondo cui le donne sono “instrumentum diaboli”, ancor di più se pagane. Per altri 1400 anni, i cosiddetti “secoli bui”, si visse nell’ignoranza: nulla si sapeva di come si era vissuti prima, si cancellò dalla memoria pure l’impero romano e la gente divenne analfabeta.
Il sapere venne sostituito con la superstizione, l’apatia, la rassegnazione; bisognava solo pregare, sacrificarsi e ubbidire. Dio amava la sofferenza volontaria e la totale sottomissione degli uomini.

Charles Williams Mitchell, La morte di Ipazia, 1885

La filosofa viene oggi riconosciuta come martire della libertà di pensiero, ma paradossalmente il vescovo Cirillo, che fomentò l’esecuzione di Ipazia, nel 1882 è stato proclamato santo. Invece Raffaello la inserì nel famosissimo affresco della Scuola d’Atene, unica donna presente, e unico personaggio a rivolgere lo sguardo all’osservatore.

Dettaglio de La scuola di Atene, Stanze vaticane, Raffaello

Il martirio di Ipazia è stato utilizzato per dividere ma, guardando alla sua vita, scopriamo che lei operava per mediare e unire le diverse anime intellettuali presenti nella sua Alessandria: quelle pagane, cristiane ed ebraiche. Ed è stato proprio per questo motivo che è stata eliminata come “persona scomoda”.
Sappiamo che dal momento della sua morte, Ipazia è diventata un simbolo, un’icona. Anche se di questa icona non conosciamo i tratti, non sappiamo se fosse bruna e dagli intensi occhi neri o bionda e diafana. Sappiamo che i suoi allievi si innamoravano di lei, e che lei li respingeva. Sappiamo che il suo assassinio fu uno scandalo la cui eco non si è mai spenta in sedici secoli, anche se è stato soffocato dalla chiesa cattolica. E che anche per questo è diventata una bandiera di laicità, “una stella incomparabile nel firmamento della sapienza”.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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