Luis Sepùlveda Calfucura, scrittore, che visse una vita di formidabili passioni

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Il 16 aprile di questo difficile 2020 è morto Luis Sepùlveda. Immediatamente sono scattate le celebrazioni, come era prevedibile che fosse, e come del resto è giusto. Per contro, i soggetti meno dotati del senso della decenza, i nani del circolo locale del culturtainement hanno iniziato i distinguo a mignolo alzato, sul valore letterario e quant’altro, che coincidono con i fautori della poetica della lanugine da ombelico, al solo patto che l’ombelico sia il loro. Nessun problema, del resto, le menti mediocri hanno sempre condannato tutto ciò che oltrepassa la loro portata (autoreferenziale, quasi sempre), per citare La Rochefoucauld.

In rete sono fioriti gli omaggi all’autore cileno

Luis Sepùlveda aveva la complessità sintattico-strutturale, che so?, di un Philip Roth? Assolutamente no. Luis Sepùlveda avrebbe voluto assomigliare, che so?, a Philip Roth? Verosimilmente no, e perché avrebbe dovuto, ed ogni paragone in tale senso è assolutamente ozioso. Nei suoi settant’anni di vita, era nato a Ovalle in Cile nel 1949, Luis Sepùlveda Calfucura è stato poeta, sceneggiatore, giornalista, regista, attivista politico e ambientalista (non è la stessa cosa?) e naturalmente scrittore. Quanti di noi hanno un’opinione basata su una solida posizione conoscitiva, riguardo Luis Sepùlveda? Quanti sono in grado di stabilire un serio confronto tra lo scrittore cileno e il resto delle produzione sudamericana – che vada al di là di qualcosina di Marquez e magari un paio di titoli della Allende?

Facile, per alcuni, alzare il sopracciglio davanti alla produzione fiabesca; facile anche tesserne le lodi, appellarsi a quel realismo magico che chiunque sappia usare Wikipedia è in grado di buttare lì, magari confondendosi con Gabo (che poi, tanto, sono sempre sudamericani, no? Come dire che Puskin e Hugo sono sempre indoeuropei). Facile anche confondere le acque appellandosi al fatto che il lettore occasionale può commettere lo stesso errore: in realtà scambiare Sepùlveda con Marquez è stato patetico e offensivo, e anche tentare una difesa d’ufficio di chi vuol essere, da privilegiato, alla guida della società e poi mette in campo un’ignoranza così profonda da non sospettare nemmeno se stessa.

Ma del resto, in Ingredienti per una vita di formidabili passioni, Sepùlveda racconta di un pranzo assieme a Gabriel Garcia Marquez, in cui questi venne scambiato per il sosia di se stesso, ma più vecchio e brutto, e probabilmente Sepulveda stesso l’avrebbe presa assai meno male, il fatto di venir confuso col suo grande amico Gabo. Perché, indubbiamente, Luis Sepùlveda era meglio di noi, e non di poco.

Come attivista, Luis Sepùlveda ha pagato in prima persona il sostegno a Salvador Allende: evitando la condanna a morte per mano di Pinochet (che pure lui viene scambiato facilmente per altri), finendo in carcere, venendo infine esiliato. Come romanziere, salito alla ribalta con Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, ha poi pubblicato una produzione vastissima, che andrebbe distinta per sottogenere tra politica, romanzesca e per ragazzi. Ma noi odiamo questa distinzione, e vediamo che tra Diario di un killer sentimentale, Ritratto di gruppo con assenza, Il generale e il giudice, Incontro d’amore in un paese in guerra, Jacaré, L’ombra di quel che eravamo, La fine della storia, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, tra tutto questo e molto altro ancora vada tenuto conto di titoli come Patagonia Express, Il mondo alla fine del mondo. La frontiera scomparsa.

Non è difficile da capire, credete: negli Ingredienti sopra citati, Luis Sepùlveda stesso spiega che il suo scrivere derivava, e sempre sarebbe derivato, dalla volontà di dare voce a chi non ha voce. Il che, accidentalmente, dovrebbe essere sempre quello che anima la scrittura. Sepulveda ha dato voce a chi non ha voce, fossero gabbianelle orfane, indios amazzonici massacrati dalle multinazionali, attivisti politici o tigrilli. E sicuramente uno dei suoi scopi era quello di far scomparire quella frontiera che piace tanto a quelli che prima-questo-prima-quello, e la frontiera tra i generi letterari delle sue opere. Quelle frontiere che servono solo a semplificare la classificazione di quello che è semplicissimo, per il semplice fatto di non esistere.

Caro il mio Luis, qua le lingue sono già in altre faccende affaccendate, come canta Ligabue. I nani son lì a distinguere tra le tue fiabe e i libri politicizzati, talmente occupati a ritagliarsi uno spazio da non accorgersi quanto poco diversi sono Antonio José Bolivar Proaño e Fortunata, e anche Fortunata e Zorba, quanto a questo. E sono tutti lì, i tuoi personaggi, a dirci che bisogna avere il coraggio di avere paura, che la libertà è un bene supremo, e che non va facilmente barattata con qualche manciata di illusoria sicurezza.

Questo disse per tutta la vita Luis Sepùlveda Calfucura, scrittore, che diede voce a chi non l’aveva.

La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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