La Rothko Chapel: un testamento per l’umanità

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Rothko Chapel, interno

C’è un luogo generato dall’arte aperto a tutti ogni giorno. Una cappella per ogni religione, ogni credo, ogni uomo. Bisogna andare a Houston, in Texas, per visitare la Rothko Chapel, il testamento spirituale che ci ha lasciato Mark Rothko un anno prima di suicidarsi nel 1970. L’idea di questa cappella nasce dai fondatori John e Dominique de Menil, coniugi collezionisti d’arte che hanno dato origine anche alla vicina Menil collection: una coppia di attivisti, ferventemente credenti nelle lotte sociali e nel potere spirituale dell’arte.

È il 1964 quando commissionano questo luogo sacro adatto alla meditazione dove  e tele di Rothko alle pareti avrebbero potuto trovarsi perfettamente a loro agio. Qualche anno prima l’artista si era infatti rifiutato di esporre i propri quadri nella sala del ristorante Four Seasons nel Seagram Building di New York. Aveva lavorato a quelle tele per un anno intero ma dopo aver trascorso una serata in quel locale, si era reso conto che gli ospiti del ristorante non avrebbero mai apprezzato o meritato le sue opere. Per Mark ogni dipinto era un pezzo della propria anima, un viaggio, un pensiero, un’espressione della propria vita, che quindi non poteva essere donato a chiunque solo perché era un lavoro fatto su commissione. Per lui l’arte era qualcosa di più profondo.

John and Dominique De Menil

La cappella a Houston invece da subito incontra il suo consenso. Decide personalmente di collaborare con gli architetti nella scelta della struttura dei materiali e in un secondo momento con Philip Johnson, Howard Barnstone e Eugene Aubry che portarono a termine il progetto. Viene scelta una forma di un ottagono irregolare, con le pareti di cemento rivestite internamente di stucco grigio chiaro, come un battistero. La luce, l’elemento protagonista e fondamentale, entra naturale da un alto lucernario. Sulle pareti, 14 tele realizzate in situ dalle dimensioni monumentali. Rothko sceglie tre trittici e cinque pannelli rettangolari. Tutto fa pensare al suo viaggio a Firenze, nel 1950, ed in particolare alla visita al Convento di San Marco in cui rimase affascinato dagli affreschi del Beato Angelico. La luce, la spiritualità, l’importanza del colore, la scelta del trittico tipica delle opere dal carattere sacro: i collegamenti sono naturali.

Tutto si accorda perfettamente all’atmosfera del luogo, la Rothko Chapel è uno spazio sacro in cui ognuno cerca, alimenta, mette in discussione la propria spiritualità. La contemplazione delle tele che circondano lo spettatore, chiamato a star seduto al centro su semplici panche in legno, porta ad evidenziare i colori che cambiano a seconda della luce alimentando la meditazione. Le pareti sembrano gettare i dipinti verso chi le osserva, aiutate anche dal loro formato gigante. Le sfumature emergono piano, grazie alla luce naturale. I rettangoli neri si fanno grigi, quelli viola si fanno rossi ed ogni volta si apre una venatura diversa. Si può considerare la cappella la continuazione ideale dello studio del pittore, in cui le tele rimanevano appoggiate lungo le pareti e dove la luce che utilizzava per dipingere era sempre quella naturale. Rotchko rimaneva lì per ore a fissare i suoi colori, ogni volta come fosse un viaggio introspettivo che lo vedeva solo con la propria anima.

Barnett Newman, Broken obelisk

La Rothko Chapel è il luogo di tutta. l’umanità in cui senza alcuna distinzione si incontrano culture, fedi, spiritualità multiple. È un luogo sacro in cui il silenzio si muove e genera una rottura silenziosa nell’interiorità di ognuno. Esalta ed eleva le anime come nessun altro artista, oltre Rothko, poteva fare. È una cappella spirituale ma non impone nessun credo, congiunge l’umanità verso le potenzialità dell’arte e della meditazione, verso le aspirazioni di ogni uomo. È per questo che è anche sede di incontri di leader mondiali e attivisti per i diritti civili. Nella piazza all’esterno sopra l’acqua di una piscina tiene compagnia alla cappella l’Obelisco rotto di Barnett Newman, una scultura dedicata a Martin Luther King Jr.

In ogni angolo di questo luogo magico si respira quella spiritualità interiore, indefinita, che Mark Rothko ha cercato affannandosi per tutta la vita. La risposta, ci insegna, risiede nella contemplazione e nell’ascolto silenzioso della nostra anima. Non esistono certezze ma di ogni cosa ci sono le sfumature, proprio come nei suoi quadri. Più li osserviamo più cambiano, a seconda della luce, ed emerge una lettura sempre nuova e sempre diversa.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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