“Zur Farbenlehre“: Studio sulla memoria di Giovanni Segantini

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Le due madri

Scapigliato, divisionista, simbolista, Giovanni Segantini (Arco, 15 gennaio 1858 – monte Schafberg, 28 settembre 1899) fu pittore italiano sedentario e amante della natura. L’anno degli accordi di Plombières che portarono alla “campagne d’Italie”. Sebbene sia il meno sistematico nell’applicazione delle teorie, è considerato il maggiore esponente di quel “non movimento” artistico che prese il nome di divisionismo. La nascita, di quella che possiamo definire più propriamente corrente artistica per mancanza di un manifesto, è alla triennale di Milano dove nel 1891 fu esposto il quadro Le due madri del Segantini.

Incomincio a tempestare la mia tela di pennellate sottili, secche o grasse, lasciandovi sempre fra una pennellata e l’altra uno spazio, interstizio, che riempisco coi colori complementari, possibilmente quando il colore fondamentale è ancora fresco, acciocché il colore resti più fuso.
Il mescolare i colori nella tavolozza è una strada che conduce verso il nero: più puri saranno i colori che getteremo sulla tela, meglio condurremo il nostro dipinto verso la luce, l’aria, la verità.

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Ritratto della marchesa Colombi

Queste le parole del pittore trentino che hanno il potere di sintetizzare, attraverso un piglio poetico, l’essenza delle teorie divisioniste. Nel particolare, il quadro esposto nel 1891 Le due madri gioca su tonalità scure che sono illuminate da una luce quasi mistica, l’alone della lanterna, che rende ancor più evidente il simbolismo dei personaggi: le due genitrici, la donna e la mucca sono accomunate dalla durezza del lavoro quotidiano, dall’umiltà della loro dedizione alla terra, dalla povertà che le tiene vicine nella stalla buia accanto alla neonata progenie.

Il simbolismo non abbandonerà le tele del Segantini ma, al contrario, diverrà quasi presenza roboante che lo accompagnerà fino alla fine. Nel Trittico della natura opera incompiuta, traspare quella componente mistica, “il bel senso divino della natura”, fondamentale per l’artista che aveva come obiettivo quello di sostituire la religione e le religioni costituite, affidando all’arte la parte centrale nel cammino di redenzione dell’uomo.

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Mefistofele decapitato

Mirabile ritrattista, sembra ricordare il collega, provocatore, Manet: nel ritratto della marchesa Colombi, scrittrice e femminista, collocato in quella fase definita come “periodo milanese”, è palese questa similarità, in particolare nella capacità di entrambi di organizzare l’immagine in funzione della fotografia, nello specifico della messa a fuoco, che Segantini apprese prima di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Brera.
La peculiarità dei ritratti/autoritratti è quindi quella di abbattere la quarta parete e arrivare così a confessare l’osservatore. Due gli autoritratti da analizzare contemporaneamente quello del 1882 e quello seguente del 1895 in cui l’autore sembra quasi giocare con la semantica che sta dietro ai concetti bene-male raffigurando se stesso dapprima come un Mefistofele decapitato (1882) e poi come un cristo bizantino dominatore del paesaggio: la montagna, a lui cara.

La vita deve essere dappertutto, la fatica non deve essere. Davanti all’osservatore tutto si deve fondere in un solo pezzo, in una commozione profonda di vita vera, vita palpitante.

Con queste parole tratte da una lettera che il pittore scrisse ad Alberto Grubicy, ricordiamo Giovanni Segantini: la reminiscenza è l’arte di capire il futuro.

Teresa Straface per MIfacciodiCultura

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