Martin Heidegger e l’Essere nascosto nella notte del mondo

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Martin Heidegger

Perché l’essere e non il nulla?“: il discrimine tra uomo e bestia in fondo sta qui: percepire l’esistenza come qualcosa da risolvere, non accontentandosi della semplice “datità”. Nel capolavoro incompiuto di Martin Heidegger (Meßkirch, 26 settembre 1889 – Friburgo in Brisgovia, 26 maggio 1976) Essere e tempo del 1927, un monumento dell’esistenzialismo, il filosofo deve necessariamente partire dall’uomo per avviare la sua ricerca. Bisogna interrogare quel particolare ente in grado di interrogarsi sulla propria condizione. Quali sono le strutture umane che emergono dall’analisi?

  1. Esistenza: il venir fuori, l’ex-sistere, che apre alla dimensione del possibile.
  2. Esser-ci (Da-sein): l’essere gettato da sempre in una situazione spaziotemporale.
  3. Essere-nel mondo (…): al contrario di un fantasmagorico soggetto cartesiano, l’uomo è da sempre connesso con le cose. Stringe relazioni col passato, nel ricordo, col presente e col futuro attraverso la progettualità
  4. Comprensione e cura: concepire gli oggetti solo in quanto utilizzabili relega l’uomo nella banalità quotidiana. O per meglio dire, nell’esistenza inautentica caratterizzata dalla chiacchiera superficiale, quando il discorso si riduce a un passivo e impersonale “si dice”. Aprirsi alla totalità di significati, inserendo gli oggetti in un orizzonte più ampio, rappresenta invece una via per l’autentico.
  5. Essere-per-la-morte: è la prospettiva del nulla, nutrita dall’angoscia, ma che ha un valore positivo. Attraverso la consapevolezza della fine, possiamo assumere su di noi il peso della nostra finitezza e dare forma alle possibilità nelle quali ci mettiamo in gioco. L’ombra della morte dunque ci sprona a scegliere e a non abbandonarci come un oggetto tra cose anonime.
Holderlin

In questa fase della produzione heideggeriana, l’uomo resta il fulcro del discorso, ma a partire dal 1937, con la pubblicazione dell’opera Holderlin e l’essenza della poesia, avviene un cambio di rotta. È la svolta decisiva, la Kehre, che allontana il filosofo dall’etichetta di esistenzialista allievo di Husserl per intraprendere un’indagine ontologica. Egli riconobbe il suo precedente errore, il medesimo errore che ha condannato la scienza e la filosofia occidentale allo scacco. Il procedimento metafisico della nostra cultura, inaugurato da Socrate e soprattutto Platone, ha sempre cercato di comprendere l’Essere dimenticandone la radicale alterità. Concetti quali uomo, natura, anima o Dio sono enti che appartengono al nostro sistema linguistico-categoriale, ma l’orizzonte ultimo, che ne permette il manifestarsi, sfugge. L’Essere è un’incognita che può rivelarsi solo come negazione dell’ente. Se si considera questo la grande storia del pensiero, poiché ha travisato la domanda sull’Essere, si rovescia nella sua negazione.

Il trionfo della tecnica è il destino compiuto della metafisica, ravvisabile tanto nella società industriale quanto nello sterminio sistematico operato dal Nazismo. Partito al quale Heidegger aderì com’è risaputo.

Ora il mondo appare come un oggetto, un oggetto a cui il pensiero calcolante sferra i suoi assalti, ai quali, si ritiene, nulla è più in grado di opporsi […] la potenza della tecnica che dappertutto, ora dopo ora, in una forma d’impiego qualsiasi incalza, trascina, avvince l’uomo di oggi – questa potenza è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede.

Ecco il quadro apocalittico tratteggiato nella Introduzione alla metafisica. In altre parole, è la realizzazione di un mondo a misura del nichilismo: distruzione di valori e oblio dell’Essere. Un mondo di cui Martin Heidegger riteneva responsabile anche l’Ebreo (tema approfondito negli ultimi anni dalla studiosa Donatella di Cesare). Sradicato e calcolatore, la sua storia non muove all’interno dell’Essere, quindi non ha fondamento ontologico. Tale è il  compimento filosofico di una lunga tradizione tedesca antisemita costellata da Lutero, Kant e Hegel.

Heidegger

Nemmeno Nietzsche nutriva grandi simpatie per “l’anti-popolo” ebraico. Colui che contrappose alla morte di Dio, la fine di ogni valore precostituito, la volontà di potenza di un uomo nuovo. Heidegger, nel vivo del Novecento, comprende che dietro questa volontà si cela ancora una volta l’imperativo della tecnica, ovvero l’affermazione di un uomo dominatore della natura. Cos’è dunque l’Essere ai suoi occhi? Nulla.

Solo l’arte, e in special modo la poesia, possono tracciare una via di salvezza. L’artista attraverso il suo gesto creativo predispone l’occasione per l’accadere di una verità che lo trascende. È l’apertura di un significato a cui lui contribuisce. Così come l’apertura originaria dell’Essere avviene in quella “dimora” che per Martin Heidegger è il linguaggio, perché condiziona la nostra esperienza del mondo. Lo status privilegiato della parola poetica oltrepassa gli schemi metafisici per alludere simbolicamente a quel sacro nulla che è l’Essere, sorgente di ogni significato. Una posizione dai toni mistici rimarcata nella conferenza Perché i poeti? del 1946.

 Non solo gli Dei e Dio sono fuggiti, ma si è spento lo splendore di Dio nella storia universale. Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero . È già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza […] Esser poeta nel tempo della povertà significa: cantando, ispirarsi alla traccia degli Dei fuggiti

Danzando nel buio, ci mettiamo in ascolto.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

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