I Grandi Classici – “La luna e sei soldi”, la ricerca dell’arte in Somerset Maugham, sulle orme di Gauguin

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La luna e sei soldi
Edizione di altri tempi di “La luna e sei soldi”

Non abbiamo una controprova, purtroppo (per quanto altri autori, illustri, abbiano, come prevedibile, dichiarato apertamente il loro debito): ma come non pensare che autori come DeLillo, Easton Ellis, forse Palahniuk, sicuramente Roth, non abbiano avuto William Somerset Maugham nel proprio bagaglio culturale, se non proprio come fonte di ispirazione? Perché lo scrittore e commediografo britannico si è distinto per un pessimismo feroce e globale, nonché per una ironia che pervade l’opera omnia, ironia non sottile, acre, tanto più notevole se pensiamo che almeno Schiavo d’amore e Il filo del rasoio sono di chiara impronta autobiografica. Non così La luna e sei soldi, che invece appartiene all’altro filone seguito da Maugham, ossia l’ispirazione tratta da personaggi reali e famosi, dei quali tuttavia non viene seguita pedissequamente la biografia, a partire dal fatto che i nomi dei protagonisti sono alterati.

Sotto il personaggio di Charles Strickland, infatti, si cela (ma tutt’altro che misteriosamente) il pittore Paul Gauguin, del quale la biografia viene percorsa e alterata e intrecciata con quella dell’io narrante, quindi in prima persona, che al contrario di Strickland è un aspirante scrittore, nel quale non è difficile intravedere Maugham stesso. Abbiamo Tahiti, sullo sfondo, quindi: e la storia di un modesto agente di cambio, più o meno “perfettamente” inserito nella realtà borghese della City di Londra, che improvvisamente, ad oltre quarant’anni, abbandona carriera, moglie e figli per trasferirsi dapprima in Francia ed infine a Tahiti, ad inseguire un sogno di arte e pittura.

Le ragazze di Gauguin, pittore che ha ispirato il romanzo

Scritto nel 1919, La luna e sei soldi suscitò scalpore per la tematica e per la crudezza con cui viene affrontata: luogo letterario visto anche in seguito, ad esempio nel molto più leggero e romantico Il mondo di Suzie Wong di Richard Mason (che è stato anche lavoro teatrale e film), la fuga alla ricerca dell’effimero-arte comporta l’abbandono della solidità-rispettabilità-dignità. A prescindere: se poi si aggiunge il fatto che il percorso di Strickland è sostanzialmente una discesa agli inferi, che si svolge tra disagi e durezze inenarrabili (ma che Maugham narra magistralmente) di una vita che rapidamente diventa selvaggia, fino a renderlo una specie di satanico fuorilegge, ecco che ci sono tutte le premesse per un romanzo che sfiorò il proibito e la messa all’indice all’epoca delle prime edizioni.

Ora, stante la perizia psicologica di Maugham, eliso lo scandalo per questioni anagrafiche, rimangono da un lato le contestualizzate notazioni sociali e le universali considerazioni sulla natura dell’arte e la natura umana in genere.

La tendenza al mito è innata nella razza umana. È la protesta romantica contro la banalità della vita quotidiana, Non è vero che la sofferenza nobilita il carattere. Lo fa a volte la felicità; ma la sofferenza, per la maggior parte, rende gli uomini meschini e vendicativi.

Ma l’ironia di Maugham, che abbiamo definito feroce e che mediamente è corrosiva, trova anche espressione più ilare quando riferita al mondo della letteratura e del giornalismo:

Non ricordo chi sia stato a raccomandare agli uomini di fare ogni giorni per il bene della loro anima due cose che a loro ripugnavano… ma c’è nella mia natura una vena di ascetismo, e ho sottoposto la mia carne ogni settimana a una più severa mortificazione: non ho mai trascurato di leggere il Supplemento Letterario del Times.

Amiamo visceralmente i passaggi de La luna e sei soldi che dan ragione di un tema a noi caro:

Quelle nobili parole che sembrano tanto nuove a coloro che le pronunciano sono state dette con accenti ben poco diversi già centinaia di volte. Il pendolo oscilla avanti e indietro. Il circolo viene sempre percorso di nuovo.

Locandina del film tratto dal romanzo

Non si inventa nulla. E se le notazioni sulla felicità sono particolarmente acute nei loro risvolti sociologici («…ma la sua intelligenza era adeguata al suo ambiente, e questo è un passaporto non solo per un giusto successo, ma ancor più per la felicità»), non si può non notare come il passaggio precedente abbia un sapore storico, una valenza allegorica in cui alla letteratura si può sostituire la Storia.

Se alla fine il giudizio che emerge sulle nuove generazioni di scrittori può essere trasposto copia/incolla ai giorni nostri («…la nuova generazione… non mi dice nulla: per me sanno troppo e sentono troppo facilmente; la loro passione mi sembra un poco anemica e i loro sogni un tantino opachi»), una soluzione ovviamente non c’è: se non quella che si può riproporre nell’Era dell’Analfabetismo Funzionale (e finzionale). Lo scrittore dovrebbe cercare ricompensa nella sua stessa opera e “«nello scaricarsi del fardello del suo pensiero; e, indifferente ad ogni altra cosa, non curarsi né delle lodi né delle critiche, né del successo né della sconfitta». Quanto questo sia effettivamente possibile, in un mondo dominato dal minuetto della luna e di sei soldi – che, pur non esplicitato, dovrebbe essere un’espressione di valore idiomatico analoga al saggio che indica la luna e lo stolto che guarda il dito – non possiamo dirlo, né ce lo dice Maugham.

Dal canto suo, il narratore-Maugham fa ben presto la sua scelta: «Me ne sto in un canto. Continuerò a scrivere racconti morali a rime baciate».

Rime a parte, non possiamo che aderire a cotanto documento programmatico.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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