Diari immaginari – Zelda Fitzgerald, la turbolenta icona dei Roaring ’20s

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Questa rubrica tenterà di dare delle risposte al silenzio che la storia per tanto tempo ha gettato sulle muse, mogli, amanti di grandi personalità. Tuttavia, per prendere le distanze dalla “Storia dei Manuali”, cercheremo di far rivivere la “Storia delle donne” attraverso la voce delle protagoniste, immaginando e facendo nostra la loro vicenda umana. Ora, aprite il diario, e tra le righe dei pensieri entrate nell’animo di chi ha fatto la storia in silenzio. Oggi tocca a Zelda Fitzgerald.

…We’re all alone; no chaperone can get our number…
The world’s in slumber; Let’s Misbehave…

Un Gin Rickey, grazie.

Francis Scott e Zelda Fitzgerald

Che caos, che dannato caos! Vorrei solo farmi i fatti miei ma ovunque mi giro c’è qualcuno pronto a infastidirmi. «Cara, devi proprio rivelarmi come hai fatto a recuperare questa linea dopo il parto!», «Ho letto l’ultimo libro di Scott, meraviglioso», «Scott è proprio fortunato ad avere una moglie così bella» e bla,bla bla. Scott di qua, Scott di là. È possibile che io esista solo in funzione di mio marito? Per la società la mia utilità è quella di un soprammobile nella vita del grande scrittore. Zelda, la bella statuina di Francis Scott Fitzgerald da elogiare nelle interviste. «Zelda, la mia Zelda, è perfetta». Sì certo, come no. Vaglielo a dire alla giornalista che poco prima del suo arrivo mi avevi rimproverato di essere una pigra incapace. Scottie, solo perché il pubblico apprezza le tue scartoffie non significa che tu sia meglio di me. Anche io in Alabama avevo il mio pubblico: le ragazze mi imitavano e i ragazzi mi desideravano. E la mia fama la avevo raggiunta senza impegno, senza stare chiusa in casa a scervellarmi su un foglio bianco come fai tu. Per essere adorata bastava essere me stessa, Zelda Sayre, disperazione dei miei genitori, delizia della gioventù di Montgomery. Quanto mi divertivo a suscitare gli sguardi di disappunto delle vecchiacce quando mi mettevo gli aderenti vestitini color carne, o ad andare a letto con chi mi piaceva in una serata, per dirgli addio la mattina dopo, e chi si è visto si è visto! Rimpiango i tempi in cui mi scatenavo come una matta sulla pista da ballo al ritmo indiavolato del Charleston. Tra la folla danzante mi hai preso la mano, Scott, e mi hai fatta girare girare girare. Mi sembrava di volare con te, ma non mi accorgevo che invece ogni piroetta mi piantava sempre più nel terreno. Giù insieme, Scott, fino all’inferno! Una piroetta qui e una lì, e dopo un giro mi sono trovata la fede al dito, dopo un altro la pancia gravida, dopo un altro ancora a Parigi, e continuiamo a girare e girare e a sprofondare e sprofondare.

Stai lasciando la presa, lo sento. Ormai preferisci tuffarti in un bicchiere di gin piuttosto che nello sguardo della tua Zelda. Non ti piaccio più, vero Scott. Sono vecchia, sono brutta, sono incapace! Magari potrei ricominciare a ballare. Sì, già mi vedo, in tour mondiale, arrivare in Cina con la mia compagnia. Uh sì, in Cina mi comprerei un bel Kimono come quello che ho visto a casa di Man Ray. Ed allora tutti si ricorderebbero di me, in oriente e in occidente. O forse potrei scrivere un libro, una storia di passione e morte, estrema come me! Scott dice sempre che le mie sono “vane ambizioni”, ma in realtà non ho grandi ambizioni, ho solo grandi speranze. E meno male! Se io non avessi questo mio temperamento e mi fossi adeguata alle depressioni di Scott, saremmo già stati una di quelle coppie che puzzano di naftalina e le uniche sue cose che vedrebbe pubblicate sarebbero le preghiere dei fedeli per le celebrazioni cattoliche. D’altronde, anche le sue amicizie non è che lo aiutino molto a vivere in allegria. Basti pensare che passa quasi tutte le giornate con quel contafrottole dalla schiena pelosa che è Hemingway, e insieme bevono come forsennati, e come lo odio Hemingway, sempre lì a pesare ogni singola parola, a ingabbiare la realtà nella sua sintassi geometrica!

Arriva o no questo Gin?!

Ma quella chi è? Quella giraffa di Isadora Duncan! Ma che fa Scott?! In ginocchio le bacia la mano!! Mi sento male, potrei svenire, o potrei improvvisare un balletto, guardate, guardate come sono brava, o potrei… potrei… sì! Rotolare per le scale! È colpa tua se mi faccio male Scott, è colpa tua se soffro, solo colpa tua!

Zelda Sayre Fitzgerald (Montgomery, 24 luglio 1900 – Asheville, 10 marzo 1948) è stata una pubblicista e scrittrice statunitense, moglie dello scrittore Francis Scott Fitzgerald. Originaria di Montogomery, in Alabama, nacque da una famiglia illustre: suo padre era un famoso e rispettato magistrato. Viziata e adorata dalla madre, fin da ragazza mostra un’indole trasgressiva: in aperto contrasto con l’ideale della remissiva donna del sud, Zelda non si trattiene dal flirtare con i suoi numerosi pretendenti, danza il Charleston con abiti aderenti e alimenta le dicerie che la dicevano nuotasse nuda. Eclettica e poliedrica, si dedica al nuoto, alla danza e alla pittura. Durante una serata danzante a Montgomery, conosce Francis Scott Fitzgerald, che ne rimane folgorato. Tra i due si crea un rapporto di fiducia tale che lei gli regala il suo diario. L’indole turbolenta di Zelda ispirerà molte delle protagoniste femminili dei romanzi di Scott. Dopo il matrimonio e la gravidanza, iniziano i problemi di coppia. Affiatati e ammirati in pubblico, nel privato Zelda non sopporta la tendenza all’isolamento e la depressione del marito, che inoltre spesso scoraggia le sue ambizioni di scrittrice. Per rafforzare la loro immagine di “coppia ideale dei roaring twenties”, i Fitzgerald si concedono un tenore di vita tale che, tra feste, viaggi e vestiti, li costringerà a espatriare a Parigi. Qui Zelda comincia a manifestare con chiarezza i segni di un disturbo mentale che sarà definito “schizofrenico” ma che oggi è identificabile nella sindrome bipolare. Se da una parte Scott si fa trascinare nel vortice dell’alcolismo per nascondere il malessere causato dalla depressione, dall’altra Zelda assume un atteggiamento ossessivo e geloso, che la porterà, ad esempio, a buttarsi dalle scale durante una festa per delle attenzioni che Scott aveva rivolto a Isadora Duncan. La malattia di Zelda si aggrava dopo l’insuccesso del suo “libro della vita”, il romanzo autobiografico Lasciami l’ultimo Valzer. Passa gli ultimi anni della sua vita entrando ed uscendo dalle cliniche psichiatriche, non riuscendo nemmeno ad andare al funerale del marito a causa di un ricovero. Morirà tragicamente nel 1948 a causa dell’incendio dell’ospedale psichiatrico dove si trovava. Sulla tomba condivisa con il marito Scott, l’ultima frase de Il Grande Gatsby: «Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato».

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

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