La Venere nell’arte: da dormiente a seduttrice, da Giorgione a Tiziano

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La Venere è stata rapprensentata in un’infinità di maniere differenti nel corso della storia. Al Musèe du Louvre è possibile riscoprire la perfezione fisica e il dettaglio dei tratti nivei della Venere di Milo, realizzata da Alessandro di Antiochia nel 130 a.C., mentre risale addirittura al 23.000-19.000 a.C la Venere di Willendorf, che tutto appare agli occhi nostri tranne che un emblema di femminilità. Ogni periodo storico ha trasferito negli artefatti la visione di quella che era la perfezione aulica, incarnata e mitizzata della figura di Venere, ed è curioso notare come si sia evoluta nel corso del tempo. Due delle celebri rappresentazioni sono la Venere dormiente e la Venere di Urbino. La prima fu realizzata da Giorgione nel 1509, ed è oggi a Dresda. In realtà, gli ultimi dettagli dell’opera furono aggiunti da Tiziano, il quale pochi anni dopo realizzò egli stesso uno dei ritratti atipici più celebri del XVI secolo.

Giorgione, “Venere dormiente”, 1509

La Venere di Giorgione è sdraiata, gli occhi sono chiusi e persi in qualche dolce o perturbato sogno, mentre la mano è posizionata sul pube. E’ completamente nuda, e le braccia sono adagiate su due cuscini sanguigni, che fanno da pendant con il nero fumoso dei capelli perfettamente agghindati. Il candido bianco del lenzuolo s’è fatto argento al contatto con la sua pelle, mentre sullo sfondo un paesaggio di campagna si distende verde e a tratti assume tinte color chartreuse per via dell’imminete tramonto. Come attesta l’albero frondoso sulla sinistra (i cui riferimenti verrebbero facili a Sigmund Freud, qualora si trovasse a dover analizzare il quadro), ormai tutto è abbandonato alla spuma scura della sera imminente. E’ la realtà che si fa ombra intorno alla ragazza o è invece il sipario erboso il protagonista del sogno?

Dobbiamo sottolineare che un disegno di fiori neri appare sul rosso del letto. Il fiore che cade dal bouquet potrebbe simboleggiare l’amore che è stato fisicamente interrotto dalla morte di uno degli amanti. Il frutto di questo amore permane, tuttavia, sia su un piano psicologico, nella fedeltà della memoria di una persona, che su un piano fisico […] Quindi mentre il rosso ed il nero formano un’armoniosa anche se drammatica scala cromatica, così fanno anche l’amore e la morte nell’esperienza umana (Jozef Grabski)

Tiziano, “Venere di Urbino”, 1538

Nel 1538, Tiziano fece suo il tramonto dell’opera di Giorgione, che appare fievole fuori dalla finestra sullo sfondo, con il mirto nero, simbolo di fertilità, a fare da conteasto. Qui però la Venere ha un nome: Giulia Varano, moglie del futuro duca di Urbino Guidobaldo della Rovere, che commissionò l’opera. Con «certi panni sottili attorno molto belli e ben finiti» (Vasari), la giovane donna dai capelli fulvi accoglie le ombre schiamazzanti vincitrici sul caldo del solleone in un palazzo signorile veneziano; è sdraiata, nuda, e riprende tal quale l’iconografia del Giorgione. Eppure, un dettaglio della protagonista diverge, e non si tarda a notarlo: lo sguardo è diretto alla spettatore. Consapevole della sua bellezza e voluttà, la Venere di Urbino non accenna a volersi nascondere, come invece fanno sullo sfondo a destra una figura vestita di bianco inginocchiata e una balia intenta a preparare gli abiti, probabilmente per qualche sfarzosa festa imminente. D’istinto, quest’opera parrebbe suggerire un’esposizione senza veli della propria bellezza, mitigata dalla formalità del mito (fu Vasari a intitolare l’opera Venere) eppure secondo alcuni, il capolavoro conservato agli Uffizi richiamerebbe a concetti quale devozione, fiducia e fedeltà della giovane Giulia al duca d’Urbino.

Qualunque sia la spiegazione reale, ciò che conta è la bellezza, che in tutte le sue forme permane attraverso il corpo femminile nel corso della storia e delle diverse concezioni di “perfezione”. Qui di seguito, eccone solo alcune:

Venere di Willendorf, 23.000-19.000 a.C
Alessandro di Antiochia, “Venere di Milo”, 130 a.C
Tiziano, “Venere di urbino”, 1538, dettaglio
Tiziano, “Venere di Urbino”, 1538, dettaglio
Manet, “Olympia”, 1863

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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