Pippo Fava: un grande uomo, un grande giornalista

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Oggi, 15 settembre, la sua data di nascita (avvenuta nel 1925), è per tutti una grande occasione per conoscere l’eredità di un grande giornalista e intellettuale siciliano, Giuseppe Fava (detto Pippo), che ha combattuto la mafia e ha lasciato al nostro Paese un’importante lezione di giornalismo ed educazione civile, purtroppo anche a costo della sua stessa vita.

Pippo Fava venne ucciso la sera del 5 gennaio 1984 a Catania. Da quel momento in poi i “suoi ragazzi”, quella redazione composta esclusivamente da giovani ventenni presi dalla voglia di fare e con la smodata passione per il giornalismo, la libertà e l’indipendenza, in qualche modo si sentirono abbandonati, invecchiati prima del tempo, sconcertati per come la vita potesse essere sconvolta da un momento all’altro da un atto così crudele. Inutile prendersi in giro, le cose non sarebbero più state come prima: se ne accorsero tutti. Ma nonostante questo, nonostante il dolore provato e mai esibito, nonostante la paura da non sottovalutare, un obiettivo doveva essere perseguito, quello di andare avanti comunque, di non dare soddisfazione al potere mafioso, di continuare a credere nella missione civile dell’informazione, per tramandare ciò che conta veramente, ovvero la verità delle notizie e le storie delle persone e dei territori.

Questo, infatti, facevano I SicilianiUn periodico, una rivista pubblicata mensilmente atta all’approfondimento di tematiche sociali, culturali, politiche riguardanti la Sicilia, e in particolar modo Catania (dato che la redazione si trovava lì). Tutto qui, una semplice descrizione di un’importante attività giornalistica portata avanti con immensa passione per questo mestiere, che purtroppo durò poco, dal 1983 al 1985, con tutto ciò che accadde nel mezzo. Pippo Fava era stato licenziato dal Giornale del Sud, di cui ricopriva la direzione, perché a molti non andava giù il suo modus operandi, e così, senza arrendersi aveva deciso di fondare una rivista nuova, spendendo le proprie energie per ciò che contava di più: il valore etico della professione. E senza un gruppo di giovani pieni d’entusiasmo probabilmente la sua eredità non sarebbe stata la stessa.

Io ho un concetto etico del giornali­smo. Ritengo infatti che in una società demo­cratica e libera quale do­vrebbe essere quella italiana, il giornali­smo rappresenti la forza essenziale della società. Un gior­nalismo fatto di verità impedi­sce molte corruzioni, frena la vio­lenza e la crimina­lità, accelera le opere pubbliche indispen­sabili. pretende il fun­zionamento dei ser­vizi sociali. Tiene con­tinuamente al­lerta le forze dell’ordine, sollecita la co­stante at­tenzione della giu­stizia, impone ai politici il buon gover­no. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero po­tute evitare se la pubblica verità avesse ri­cacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga che non sa­rebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sa­rebbero pe­riti se la pubblica verità aves­se reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace – per vigliac­cheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze. le sopraffa­zioni. le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!

dal film “Prima che la notte”, mandato in onda su Rai Uno a maggio, con Fabrizio Gifuni

Questa sorta di manifesto scritto dallo stesso Fava prima di lasciare il Giornale del Sud parla da sé. Non ha bisogno di spiegazioni proprio perché la potenza delle parole di Fava non lascia adito a dubbi sul fatto che egli abbia portato avanti la propria attività con coraggio e senza rimorsi, tentennamenti, pentimenti, al di là degli avvertimenti, delle minacce, delle numerose difficoltà economiche. Cosa Nostra gli ha stroncato la vita, è un dato di fatto (come mandante è stato riconosciuto Nitto Santapaola, boss della mafia catanese). Però tutti coloro che ne hanno raccolto l’eredità e l’insegnamento possono affermare che non tutto è andato perduto, poiché la sua lezione di coscienza civile e di Cultura Fava non avrebbe potuto tramandarla che così, essendo se stesso e volendo che anche gli altri professionisti lo fossero e rimanessero tali, mettendo sempre al centro la storia delle persone. Pippo Fava sapere riconoscere notizie da ciò che non lo erano, fatti da opinioni, false verità da ciò che è verità realmente. E lo mostrava ogni mese sulle pagine dei Siciliani non limitandosi esclusivamente a parlare della guerra contro la mafia, ma parlando anche di ciò che stava a cuore a tutta la redazione, la Sicilia per come è, con le sue tradizioni e la sua complessità.

Importante sottolineare un elemento della vita professionale di Fava: la sua poliedricità nell’essere un intellettuale. Non solo un giornalista, infatti, ma uno scrittore, un drammaturgo, uno sceneggiatore, perché suoi grandi interessi erano anche la radio, il cinema, il teatro. Il tutto al servizio di un’informazione mai neutrale… e della formazione. In fondo, l’eredità più grande di Pippo Fava è stata questa: formare una generazione giovane di giornalisti che portassero avanti una vocazione, non un semplice mestiere, una scuola di fare stampa che assomigliava più a una bottega, dal sapore artigianale. Se non si diventa giornalisti per caso, è anche vero che Fava non è morto per caso. E anche quelli che l’hanno ucciso evidentemente l’avevano intuito.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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