Georges de La Tour: la metafisica prima di De Chirico partendo dal tempo di Caravaggio

A Palazzo Reale la luce tremula di Georges de La Tour illumina le coscienze.

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La prima porzione della Tenebra è la più densa, Cara, Dopodiché, la Luce comincia a tremolare.

Emily Dickinson, Lettera a Susan Gilbert 1883

 

Georges de La Tour, San Giovanni Battista nel deserto, 1649

L’anima solitaria di Emily Dickinson racchiude in parte la straordinaria poetica “illuminata” di un pittore francese che per secoli, proprio come Caravaggio, è rimasto nel buio. L’espressione della Solitudine in effetti è una delle ultime opere dipinte da Georges de La Tour (1849) e si trova proprio verso la fine di un percorso meraviglioso allestito a Palazzo Reale fino al 27 settembre su questo visionario pittore del Seicento. Meraviglia è la parola più appropriata di fronte al San Giovanni Battista, emblematica rappresentazione della solitudine di un uomo forse rimasto solo nell’elaborare un senso alle continue domande sull’esistenza, così come meraviglia è quella che si prova costantemente dinnanzi alla originale visione che Georges de la Tour ha avuto sull’Arte e sul suo significato per i posteri.

Poche notizie certe si sanno su questo artista, nato nella regione della Lorena francese a Vic-sur -Seille nel 1593 da una famiglia di fornai, ma sicuramente dotato di grande ambizione. Sappiamo aver sposato una donna quasi esclusivamente per i titoli nobiliari appartenenti a costei, tale Diana Le Nerf, da cui avrà 10 figli. E, soprattutto, sappiamo essere diventato  nel 1638 “Pittore ordinario del Re” Luigi XIII. Poco si sa del suo apprendistato come pittore ma sicuramente conosciamo come sue circa 40 opere. Non un numero eclatante per un pittore che si è addirittura concesso il lusso di essere scelto dal Re. Quello che ci sembra davvero strano è che questo artista non solo abbia dipinto poche opere (di cui noi abbiamo conoscenza, ovviamente) ma che ci siano veri e propri buchi biografici in merito alla sua vita. Lo ritroviamo in aneddoti curiosi in atti giudiziari che lo stigmatizzano come uomo violento, attento a difendere più i propri titoli nobiliari che la vita delle persone che vivevano con lui. Insomma una vita, per quel che si sa, movimentata e certo non noiosa che fa venire in mente in maniera molto immediata quella di un altro uomo poco incline alla diplomazia relazionale, ovvero Michelangelo Merisi, il Caravaggio. Forse il genio scalpita nella mente e nel corpo? Chissà? Certo, però, al nome di Caravaggio è stato spesso accostato Georges de La Tour finanche a essere definito (in maniera a mio avviso superficiale) il Caravaggio francese.

La Tour ha vissuto quasi contemporaneamente a Caravaggio (Georges de La Tour 1593-1652; Caravaggio 1571-1610) ma difficilmente è venuto a conoscenza nè della sua persona, nè di una sua opera. Non si hanno assolutamente prove di un suo viaggio in Italia e nei pochi documenti che abbiamo non si fa menzione certa (solo ipotesi) al nome di Caravaggio nè riferimento a opere particolari del genio milanese. Piuttosto è molto più probabile che de La Tour volendo operare nelle arti e nella pittura abbia conosciuto molti caravaggeschi del periodo, uno su tutti l’olandese Hendrick Terbrugghen (1588-1629), tra i massimi conoscitori dello stile e delle opere di Caravaggio visto che con certezza era assiduo frequentatore di Roma e attingeva dai suoi viaggi ogni insegnamento di tecnica e colore per poi riportarli su tela una volta tornato in patria.

Il Concerto, 1627, Hendrick Terbrugghen

Il rivoluzionario uso del chiaro scuro che fa Caravaggio ha fatto scuola. Il buio e la luce su tela delle opere del Merisi rimangono, però, inequiparabili, nonostante appunto, “i caravaggeschi”, abbiano provato a riprodurli costantemente nelle loro opere. Infatti, solo Caravaggio riesce a rendere quella poetica sublime di luce che illumina i corpi dei protagonisti, con un linguaggio autentico, originale, realistico, dipingendo l’attimo in cui teatralmente si svolge l’azione e catturandolo per sempre come una scatto fotografico sul palcoscenico della vita.

Georges de La Tour non solo non è il Caravaggio francese, non è un “caravaggesco” tout court.

E’ Georges de La Tour. Unico. Originale.

Dalle sue opere si comprende chiaramente una divisione tra un prima e un dopo una certa consapevolezza dell’arte e della vita. Le prime tele dimostrano una grande abilità nel mettere in luce le emozioni aspre di vite malinconiche e disperate, come il “Suonatore di ghironda”, o  amaramente insoddisfatte come “I mangiatori di piselli”.

Georges de La Tour, I mangiatori di piselli, 1618

Poi, man mano, è come se nel pittore francese emergesse sempre più una sorta di coscienza  del proprio potere comunicativo e appaiono opere di forte impatto emotivo come il “San Girolamo penitente” o il “San Tommaso”, in cui lo spettatore rimane colpito dalla potenza di volti che sembrano parlare di ciò che hanno visto. E poi, in una scala di consapevolezza artistica sempre più rapida La Tour mette in scena, come già Caravaggio, gli inganni di chi vuole essere furbo ai danni di qualcun altro, sia al gioco (“Baro con asso di fiori”, “Baro con asso di quadri”) o per strada come ne “La buona ventura” in cui un gruppo di zingare vuole derubare un giovinotto.

Caravaggio, Buona ventura, 1594

Ma, se in Caravaggio prevalgono sentimenti estremamente umani e realistici, colti magnificamente nel gioco di sguardi dei protagonisti, in La Tour prevale un maggiore distacco che ci fotografa quei sentimenti come se li avesse congelati e ce li mostrasse in maniera più fredda e distaccata a monito su quello che è l’umano vivere. E, sempre di più, i personaggi del pittore francese divengono come dei manichini metafisici in cui si mantengono fattezze umane ma che servono a farci immedesimare ancora di più nei messaggi dell’artista.

Georges de La Tour, la Buona ventura, 1635

Se La Maddalena Penitente di Caravaggio è realisticamente, fisicamente, una donna che si sta pentendo del proprio vissuto e la luce della scena serve a farla emergere dal buio, rendendola protagonista assoluta della tela, la Maddalena di Georges de La Tour è metafisica: è la fotografia di un concetto, di un pensiero, di una debolezza e di una fragilità che ci rende terribilmente umani e spirituali nello stesso tempo. E proprio l’uso della luce tremula della candela rende quest’effetto così fuori dal tempo da rendercelo percettivamente eterno. E allora quel buio, quelle tenebre metaforicamente rappresentano l’abisso in cui sprofondiamo laddove non abbiamo risposte, forse l’abisso in cui si è trovato lo stesso pittore francese in quell’ultimo suo “San Sebastiano”, come classico richiamo alla solitudine di chi ha cercato di porsi domande e non ha trovato risposte se non la conclusione a cui arriverà poi, nella seconda metà dell’ 800, il filosofo tedesco Nietzche, ovvero

“se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.

Georges de La Tour, La Maddalena penitente

Se Caravaggio è il genio della drammaticità realistica e fisica su tela, Georges de la Tour è uno straordinario realizzatore su tela di una metafisica ante-litteram.

Caravaggio, La Maddalena pen

Prima di Giorgio De Chirico (1888-1978) Georges de La Tour è riuscito a cogliere la possibilità di rendere gli uomini manichini e i manichini umani. La sua arte ci fa riflettere sul significato dell’esistenza e nella seconda parte della sua attività artistica ha colto, forse anche più di Caravaggio, la straordinaria capacità dell’arte di far sembrare tridimensionali gli oggetti e i soggetti dipinti. Una vera e propria “rivoluzione ottica” ottenuta disponendo alcuni oggetti o parti del corpo in un certo modo all’interno del quadro, ovvero rendendoli “eminenti” nel significato indicato da Plinio Il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua “Naturalis Historia” (libro XXXV) che definiva “eminentia” l’abilità di Apelle, pittore greco antico (375-370 a.C.), di dipingere dando la sensazione che il soggetto uscisse dallo spazio dell’opera d’arte ed entrasse nella realtà di chi lo guarda.

Non sappiamo se conoscesse gli scritti di Plinio, sappiamo, però, che Georges de La Tour è stato in grado di vedere decisamente oltre. Oltre il suo spazio. Oltre il suo tempo. E questo lo rende senza dubbio un grandissimo artista che vive di luce propria. In eterno.

Valentina Ferrario

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