Theodor W. Adorno: la dialettica della incomunicabilità, a 360°

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C’è chi ha bisogno di un avallo da parte di un gruppo di pensiero, mentre altri si accontentano della propria esperienza empirica. Apparentemente, i primi paiono essere ridondanti e/o tracotanti, in realtà danno conforto ed una base scientifico-filosofica a quello che appare evidente ma inspiegabile al profano: i rapporti umani sono solo apparenza. Chiunque la pensi in questo modo si accaparra immediatamente le nostre simpatie, per il solito egotistico motivo che chiunque esso sia la pensa come noi; non possiamo quindi non perdonare Theodor W. Adorno per non aver saputo resistere alla tentazione di dare una forma sistematica a questo lapalissiano pensiero. E ad estenderne i confini fino a comprendere la società sua contemporanea, cioè a fare un fenomeno sociale di quello che invece è un moto naturale dell’animo umano.

Theodor Adorno: la dialettica della incomunicabilità, a 360°
Theodor W. Adorno

Ma tant’è: Theodor Adorno (per amor di precisione, Theodor Ludwing Wiesengrund-Adorno, nato a Francoforte l’11 settembre 1903 e scomparso a Visp il 6 agosto del 1969) fu esponente della Scuola di Francoforte, filosoficamente parlando, ed in quest’ottica si mise in luce per una critica radicale alla società capitalistica avanzata: in realtà, egli afferma, e noi non possiamo che essere d’accordo che tanto dal capitalismo monopolistico quanto dai sistemi collettivisti socialisti le relazioni umane sono viste, come si diceva, pura apparenza, e di conseguenza la vita individuale diviene funzione di quella di massa, ergo la libertà individuale si riduce alla sfera, non meno fittizia, del consumo.

Influenzato da Horkheimer e Marcuse, nonché dalla psicoanalisi freudiana, Adorno inventa la definizione di industria culturale per definire lo status quo della cultura dell’epoca: non è difficile trovare una radice di pensiero comune a quello che portò Walter Benjamin a scrivere il suo saggio sulla riproducibilità dell’arte. Che cosa infatti diventa l’arte nel momento in cui le sue caratteristiche di unicità vengono meno a causa della riproducibilità tecnica, se non una mera forma di industria e consumo? Ancora una volta, ci troviamo a fare i conti con le basi della Pop Art e di Warhol. Nella Dialettica dell’Illuminismo, scritto assieme a Horkheimer, Adorno approfondisce: anche la scienza diviene schiava del profitto, da che ne deriva che anziché strumento di crescita esse diventa leva per un maggiore asservimento. Dal tutto, deriva una critica al neopositivismo in quanto filosofia della sottomissione della cultura alla tecnica.

Ahinoi, come non definire profetico il pensiero di Adorno, Benjamin, della scuola di Francoforte tutta, di Marcuse e Freud, per passare a Warhol e Lorenz, osservando con quel po’ di lucidità che ci rimane una società in cui la guida della società è in mano ai Mercanti che invano abbiamo tentato di scacciare dai templi, genìa che per quasi quattro millenni è stata giustamente sinonimo di avventuriero e avidità, e ora pretende di assurgere al ruolo di statista? La realtà ha superato in peggio persino le fosche previsioni warholiane, oggi che abbiamo gente famosa per il fatto di essere famosa in via permanente effettiva e non già solo per un quarto d’ora.

La fama e la fortuna dagli anni ’70 in poi di Theodore Adorno deriva dall’opera del 1951 Minima Moralia – meditazioni sulla vita offesa: è interessante notare come il titolo sia una derivazione dalla Magna Moralia (Grande etica) di Aristotele e come sia stato ripreso e parafrasato da Franco Battiato con i suoi Minima Immoralia di Bandiera Bianca, in cui il cantautore si arrende alla mediocrità dell’epoca (i terribili anni ’80). Ancora, Adorno parla della Triste Scienza, in contrapposizione alla Gaia Scienza di Nietzsche. Aforista oltre che filosofo, Adorno apre l’opera con l’epigramma «La vita non vive» e prosegue, tra fulminee riflessioni e ancor più lapidari aforismi, con tragiche e talora agghiaccianti intuizioni sociologiche sulla società tardo-industriale: la natura sovversiva dei giocattoli (vedetevi Toys di Barry Levinson, con Robin Williams, prima di protestare), la morte della conversazione (la gente non conversa, aspetta il proprio turno per parlare) e altro ancora, in un panorama di “vita offesa” in quanto intellettuale spezzato dal nazismo.

Theodor Adorno: la dialettica della incomunicabilità, a 360°
Max Horkheimer (a sinistra), Theodor Adorno (a destra) e Jürgen Habermas

L’opera più strettamente filosofica di Adorno riguarda la dialettica negativa, analisi con sfoggio e riferimenti di Hegel, Wittgenstein, Kant, Heidegger, lavoro per addetti ai lavori che ha come finalità di liberare la dialettica dalla sua natura affermativa: a ben vedere e da profani, in piena antitesi con le conseguenze ultime della assiomatica apparenza dei rapporti umani, ossia con la pleonasticità della comunicazione, inutile a causa dell’apparenza degli stessi.

Perché, quindi, elaborare un’opera possente come la Dialettica Negativa? Sublime contraddittorietà del genio che per essere notata ha forse bisogno del genio, ma poetico, alla Whitman, che essendo vasto contiene moltitudini: non dimentichiamo che anche George Bernard Shaw diceva che il maggior problema della comunicazione è l’illusione che essa sia avvenuta, ma questo non gli impediva di scrivere.

Ma la dialettica negativa è anche il luogo della negazione di una delle intuizioni, e degli aforismi, più felici di Adorno, su cui non si può che essere iperbolicamente d’accordo:

Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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