“La luna e i falò” di Cesare Pavese: un paese ci vuole

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Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Cesare Pavese scrive così in uno dei passaggi più belli de La luna e i falò, romanzo intenso e bucolico pubblicato nell’aprile del 1950, a soli pochi mesi dal suo suicidio.

Un paese ci vuole non fosse altro che per il gusto di andarsene via.

Eppure La luna e i falò è il racconto di un ritorno in cui è predominante il tema delle radici e della memoria.

La luna e i falòÈ una storia di malinconia e di tenerezza, fatta di sguardi profondi sulle cose della vita, di panorami e di paesaggi interiori ma anche di dialoghi con la natura raccontati con affettuosa commozione – come lo schiocco dei sarmenti rotti, il baccano dei grilli e dei rospi, il saluto dei pini, l’odore acre dei tigli, le vendemmie, le fienagioni e le sfogliature, il rumore delle fascine rotte, il profumo della polenta, del vino e delle minestre, le voci per le strade, le risate, e tanto altro ancora.

È un quadro fatto di particolari vivissimi disegnati con minutezza e maestria (che talvolta richiedono una lettura attenta e forse anche un po’ impegnativa) e che stanno dentro a una cornice leggera, dai contorni incerti:

Anguilla è il personaggio principale del romanzo e di lui non conosciamo nemmeno il vero nome. Sappiamo solo che era un “trovatello” cresciuto in un paese delle Langhe (anch’esso indefinito) da una famiglia di miserabili, che aveva deciso di allevarlo più per necessità che per amore – l’ospedale di Alessandria infatti “passava la mesata” (uno scudo) e con due femmine già dentro casa, quelle erano pur sempre due braccia che col tempo sarebbero tornate utili alla Gaminella, la cascina di famiglia. Insomma, Anguilla era un “bastardo”, uno senza identità che non assomigliava a nessuno degli abitanti di quei posti e che non era certo sbucato “da sotto i noccioli o dall’orecchio di una capra” come le sue sorellastre Angiolina e Giulia.

Fattosi uomo, Anguilla aveva deciso un giorno di lasciare quei posti per andare a vedere com’era il mondo oltre i pianori e le colline a cui era avvezzo. Era stato quindi prima a Genova per il servizio militare e poi era fuggito in America per scampare alla repressione dei fascisti.

La sua era stata una vita di piccole soddisfazioni che alla fine non bastavano mai, ma soprattutto di amori fasulli e nostalgia. La nostalgia per la terra in cui era cresciuto lo assalì forte che aveva quarant’anni, quando dopo aver accumulato un po’ di fortuna e un mucchio di storie interessanti da raccontare, sentì impaziente e pruriginosa la curiosità di vedere come l’avrebbero presa quelli che lo avevano conosciuto come un servo bastardo.

Avrebbero senz’altro strabuzzato gli occhi a vederlo arrivare più colto e benestante e con la possibilità di affittarsi una stanza nell’albergo dell’Angelo, proprio al centro della piazza principale, a fare esattamente quello che da ragazzo lui immaginava facessero gli uomini ricchi, quelli “con le tasche pieni di marenghi” e che avevano girato il mondo, e cioè svegliarsi la mattina in una bella stanza d’albergo, lavarsi le mani in un catino bianco, prendere il caffè alla finestra e a scrivere lettere su un vecchio tavolo lucido. E ora tutto questo poteva farlo lui.

Ma Anguilla capì ben presto che i ritorni non hanno l’incanto dell’infanzia, ma piuttosto quel senso di inesorabilità e di rassegnazione che è tipico della vecchiaia. E fu così anche il suo ritorno nelle Langhe, un viaggio in cui si sarebbe dovuto rassegnare a perdere o a non ritrovare più molte cose che aveva lasciato e a scoprirne tuttavia l’eternità e il fluire perpetuo di altre. La distesa degli adorati noccioli, ad esempio, non c’era più, ridotta com’era a una “stoppia di meliga”. Ma il tempo non aveva cambiato la faccia solo alla macchia di noccioli, aveva portato via anche le persone con cui Anguilla aveva trascorso in quei posti i suoi anni migliori.

La luna e i falò
La luna e i falò

Non c’erano più Angiolina e Giulia, le figlie naturali del padre adottivo Padrino, con cui era cresciuto alla Gaminella rubandosi polenta e dormendo sullo stesso saccone. E il podere era ora abitato dal Valino, un contadinotto rozzo e violento che scaricava sulla sua famiglia la rabbia di una vita fatta di miseria e stenti. Anguilla seppe poi che l’ultimo gesto cieco della violenza del Valino fu l’aver dato fuoco al casolare per poi impiccarsi. Nell’incendio erano morte le donne della casa, la moglie e la suocera, mentre il giovanissimo figlio Cinto era riuscito a scampare il pericolo.

Non c’era nemmeno più la cascina della Mora, il posto dove si era trasferito a lavorare dopo la morte del Padrino e dove conobbe le tre belle figlie del padrone, Silvia, Irene e Santina, donne che servì con devozione ed amore, in special modo Santina – di cui era segretamente innamorato – perché alla fine lui restava comunque un servo e il suo amore non poteva essere libero e incondizionato.

Al suo ritorno seppe che anche Silvia, Irene e Santina non c’erano più. Erano state vite disgraziate le loro, che nemmeno l’agio e la ricchezza dei beni aveva potuto addolcire. Silvia aveva sposato un uomo violento, Irene era morta in seguito ad un aborto deciso per non dare alla luce un “trovatello” e Santina dopo essere stata l’amante di molti fascisti, era poi passata dalla parte dei partigiani e questo lo pagò con la vita – fu  uccisa e poi bruciata per evitare ulteriori oltraggi e nefandezze sul suo corpo.

Ma cosa restava ad Anguilla in questo viaggio di ritorno che fosse ancora intimo e familiare? Forse solo Nuto, suo vecchio compagno di infanzia, e poi la luna e i falò.

Anguilla aveva lasciato Nuto che era ancora giovane e con la passione indomita per il clarinetto: egli suonava nella banda del paese e sulle sue note volavano le gonne delle ragazze. Al ritorno nelle Langhe, Anguilla aveva ritrovato Nuto avanti con gli anni, uomo e padre responsabile che aveva messo a tacere il clarinetto per dedicarsi alla falegnameria di famiglia e assicurare un futuro dignitoso ai suoi figli. Ma Nuto rappresentava comunque per Anguilla una persona speciale e sarà stato forse per l’età (era ben più grande di lui) che lo aveva sempre considerato come un mentore.

images_1416570324Anguilla non aveva certo dimenticato che quando era poco più di un ragazzo, fu proprio Nuto a svelargli i segreti della vita, a parlargli per primo di un altro modo che c’era oltre quelle siepi e a spiegargli la magia della campagna, della luna e dei falò.

E ora che lui, Anguilla, il “trovatello bastardo”, si era fatto uomo pure lui ed era tornato con “l’altro mondo” negli occhi, Genova prima e l’America poi, come in una sorta di inarrestabile circolarità del tempo era diventato lui a sua volta amico e confidente del giovanissimo Cinto, figlio del Valino.

E poi c’era la luna. La luna di quei posti non era cambiata e aveva anzi avuto la pazienza di aspettarlo e di farsi ritrovare come l’aveva lasciata. Quante volte era mancata ad Anguilla quella luna campestre. Era dovuto andare lontano, lontanissimo, per sentirne la nostalgia. Quante volte ad Oakland aveva desiderato di fare l’amore sotto le stelle, nel chiasso dei rospi e dei grilli. Ma quando poi avrebbe potuto farlo aveva capito che non gli sarebbe bastato, perché quello non era il suo cielo e le sue stelle, e quella non era la sua luna.

E poi c’erano i falò. Era sopravvissuta al tempo la tradizione dei falò, vero e proprio rito propiziatorio per la fertilità dei campi di cui discorreva con piacere con il giovante Cinto. Ma all’improvviso i falò erano diventati per lui anche il simbolo nero della vita privata e strappata via mentre ripensava con tristezza alla morte di Santina e all’incendio della cascina del Valino.

La luna e i falò è un meraviglioso viaggio interiore che passa attraverso l’urgenza della memoria e la ricerca di se stessi attraverso la riscoperta delle radici.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.

 Un paese ci vuole, fosse solo per il bisogno di tornarci.

Antonella Fumarola per MIfacciodiCultura

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